Evangelii nuntiandi
Paolo VI
INTRODUZIONE
Impegno
particolare per l’evangelizzazione
1. L’impegno di annunziare il Vangelo agli uomini del
nostro tempo animati dalla speranza, ma, parimenti, spesso travagliati dalla
paura e dall’angoscia, è senza
alcun dubbio un servizio reso non solo alla comunità cristiana, ma anche a
tutta l’umanità. Di qui il
dovere di confermare i fratelli, che noi abbiamo ricevuto dal Signore con l’ufficio di Successore di Pietro, e che è per noi
un assillo quotidiano, un programma di vita e d’azione, e un impegno fondamentale del nostro pontificato; questo
dovere ci sembra ancora più nobile e necessario allorché si tratta di
incoraggiare i nostri fratelli nella missione di evangelizzatori, affinché, in
questi tempi d’incertezza e di disordine,
essi la compiano con amore, zelo e gioia sempre maggiori.
In
occasione di tre avvenimenti
2. È proprio
ciò che noi vogliamo fare qui, al termine di questo anno santo, nel corso del
quale la Chiesa, "protesa con ogni sforzo verso la predicazione del
Vangelo a tutti gli uomini", non ha voluto fare altro che compiere il
proprio ufficio di messaggera della buona novella di Gesù Cristo, proclamata in
virtù di due consegne fondamentali: "Rivestitevi dell’uomo nuovo", e "Lasciatevi
riconciliare con Dio". Vogliamo farlo in questo decimo anniversario della
chiusura del Concilio Vaticano II, i cui obbiettivi si riassumono, in
definitiva, in uno solo: rendere la Chiesa del XX secolo sempre più idonea ad
annunziare il Vangelo all’umanità
del XX secolo. Vogliamo farlo ad un anno dalla terza assemblea generale del
Sinodo dei Vescovi —
dedicata, come è noto, all’evangelizzazione
— tanto più che questo
ci è stato richiesto dagli stessi padri sinodali. Infatti, alla fine di quella
memorabile assemblea, essi hanno deciso di rimettere al pastore della Chiesa
universale, con grande fiducia e semplicità, il frutto del loro lavoro,
dichiarando che si aspettavano dal papa uno slancio nuovo capace di creare in
una Chiesa ancor più radicata nella forma e nella potenza perenni della
pentecoste, nuovi tempi di evangelizzazione.
Tema
spesso sottolineato durante il nostro pontificato
3. Di questo
tema dell’evangelizzazione, noi
abbiamo sottolineato, a più riprese, l’importanza molto prima della celebrazione del sinodo. "Le condizioni
della società — dicevamo al sacro
collegio dei cardinali il 22 giugno 1973 — ci obbligano tutti a rivedere i metodi, a cercare con ogni mezzo
di studiare come portare all’uomo
moderno il messaggio cristiano, nel quale, soltanto, egli può trovare la risposta
ai suoi interrogativi e la forma per il suo impegno di solidarietà umana".
E noi aggiungiamo che per dare una risposta valida alle esigenze del Concilio,
le quali ci interpellano, è assolutamente necessario metterci di fronte ad un
patrimonio di fede che la Chiesa ha il dovere di preservare nella sua purezza
intangibile, ma anche di presentare agli uomini del nostro tempo, per quanto
possibile, in modo comprensibile e persuasivo.
Nella
linea del sinodo del 1974
4. Questa
fedeltà a un messaggio, del quale noi siamo i servitori, e alle persone a cui
noi dobbiamo trasmetterlo intatto e vivo, è l’asse centrale dell’evangelizzazione.
Essa pone tre brucianti domande, che il sinodo del 1974 ha avuto costantemente
davanti agli occhi:
—
Che ne è oggi di questa energia nascosta della buona novella, capace di colpire
profondamente la coscienza dell’uomo?
—
Fino a quale punto e come questa forza evangelica è in grado di trasformare
veramente l’uomo di questo secolo?
—
Quali metodi bisogna seguire nel proclamare il Vangelo affinché la sua potenza
possa raggiungere i suoi effetti? Questi interrogativi esplicitano, in realtà,
la domanda fondamentale che la Chiesa si pone oggi e che si potrebbe tradurre
così: dopo il Concilio e grazie al Concilio, che è stato per essa un’ora di Dio in questo scorcio della storia, la
Chiesa si sente o no più adatta ad annunziare il Vangelo e ad inserirlo nel
cuore dell’uomo con convinzione,
libertà di spirito ed efficacia?
Invito
alla riflessione
5. Noi tutti
vediamo l’urgenza di dare a
questa domanda una risposta leale, umile, coraggiosa, e di agire di
conseguenza. Nella nostra "sollecitudine per tutte le chiese", noi
vorremmo aiutare i nostri fratelli e figli a rispondere a questi interrogativi.
Possano le nostre parole, che vorrebbero essere, partendo dalle ricchezze del
sinodo, una riflessione sulla evangelizzazione, invitare alla medesima
riflessione tutto il popolo di Dio adunato nella Chiesa e dare nuovo slancio a
tutti, specialmente a "quelli che si affaticano nella parola e nell’insegnamento", affinché ciascuno di essi
sia "un fedele dispensatore della parola della verità" e faccia opera
di predicatore del Vangelo, assolvendo alla perfezione il proprio ministero.
Una tale esortazione ci è parsa di capitale importanza, perché la presentazione
del messaggio evangelico non è per la Chiesa un contributo facoltativo: è il
dovere che le incombe per mandato del signore Gesù, affinché gli uomini possano
credere ed essere salvati. Sì, questo messaggio è necessario. È unico. È
insostituibile. Non sopporta né indifferenza, né sincretismi, né accomodamenti.
È in causa la salvezza degli uomini. Esso rappresenta la bellezza della
rivelazione. Comporta una saggezza che non è di questo mondo. È capace di
suscitare, per se stesso, la fede, una fede che poggia sulla potenza di Dio.
Esso è la Verità. Merita che l’apostolo
vi consacri tutto il suo tempo, tutte le sue energie, e vi sacrifichi, se
necessario, la propria vita.
I
DAL
CRISTO EVANGELIZZATORE
ALLA
CHIESA EVANGELIZZATRICE
Testimonianza
e missione di Gesù
6. La
testimonianza che il Signore dà di se stesso e che san Luca ha raccolto nel suo
Vangelo — "Devo annunziare
la buona novella del Regno di Dio" — ha senza dubbio una grande portata, perché definisce con una
parola la missione di Gesù: "Per questo sono stato mandato". Queste
parole acquistano tutta la loro significazione, se si accostano ai versetti
precedenti, dove il Cristo aveva applicato a se stesso l’espressione del profeta Isaia: "Lo Spirito
del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai
poveri un lieto annuncio". Proclamare di città in città, soprattutto ai
più poveri, spesso più disposti, il gioioso annuncio del compimento delle
promesse e dell’alleanza proposta da
Dio: tale è la missione per la quale Gesù si dichiara inviato dal Padre. E
tutti gli aspetti del suo ministero — la stessa incarnazione, i miracoli, l’insegnamento, la chiamata dei discepoli, l’invio dei dodici, la croce e la risurrezione, la
permanenza della sua presenza in mezzo ai suoi — sono componenti della sua attività evangelizzatrice.
Gesù
primo evangelizzatore
7. Molto
spesso, nel corso del sinodo, i vescovi hanno ricordato questa verità: Gesù
medesimo, Vangelo di Dio, è stato assolutamente il primo e il più grande
evangelizzatore. Lo è stato fino alla fine: fino alla perfezione e fino al
sacrificio della sua vita terrena. Evangelizzare: quale significato ha avuto
questo imperativo per Cristo? Non è certo facile esprimere, in una sintesi
completa, il senso, il contenuto, i modi dell’evangelizzazione, quale il Cristo l’ha concepita e realizzata. D’altra parte questa sintesi non potrà mai essere terminata. Ci basti
ricordare alcuni aspetti essenziali.
L’annuncio del Regno di Dio
8.
Evangelizzatore, il Cristo annunzia prima di tutto un Regno, il Regno di Dio,
il quale è tanto importante, rispetto a lui, che tutto diventa "il
resto", che è dato in aggiunta. Solo il Regno è dunque assoluto e rende
relativa ogni altra essa. Il Signore si compiace di descrivere, sotto
innumerevoli forme diverse, la felicità di appartenere a questo Regno, felicità
paradossale fatta di cose che il mondo rifiuta; le esigenze del Regno e la sua
magna charta, gli araldi del Regno, i suoi misteri, i
suoi piccoli, la vigilanza e la fedeltà richieste a chiunque attende il suo
avvento definitivo.
L’annuncio della salvezza liberatrice
9. Come
nucleo e centro della buona novella, il Cristo annunzia la salvezza, dono
grande di Dio, che non solo è liberazione da tutto ciò che opprime l’uomo, ma è soprattutto liberazione dal peccato e
dal maligno, nella gioia di conoscere Dio e di essere conosciuti da lui, di
vederlo, di abbandonarsi a lui. Tutto ciò comincia durante la vita del Cristo,
è definitivamente acquisito mediante la sua morte e la sua risurrezione, ma
deve essere pazientemente condotto nel corso della storia, per essere
pienamente realizzato nel giorno della venuta definitiva del Cristo, che
nessuno sa quando avrà luogo, eccetto il Padre.
A prezzo
di uno sforzo crocifiggente
10. Questo
Regno e questa salvezza, parole—chiave
dell’evangelizzazione di
Gesù Cristo, ogni uomo può riceverli come grazia e misericordia, e nondimeno
ciascuno deve, al tempo stesso, conquistarli con la forza — appartengono ai violenti, dice il Signore — con la fatica e la sofferenza, con una vita
secondo il Vangelo, con la rinunzia e la croce, con lo spirito delle
beatitudini. Ma, prima di tutto, ciascuno li conquista mediante un totale
capovolgimento interiore che il Vangelo designa col nome di metanoia,
una conversione radicale, un cambiamento profondo della mente e del cuore.
Predicazione
instancabile
11. Questa
proclamazione del Regno di Dio, il Cristo la compie mediante la predicazione
instancabile di una parola, di cui non si trova l’eguale in nessuna altra parte: "Ecco una dottrina nuova
insegnata con autorità!"; "Tutti gli rendevano testimonianza ed erano
meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca";
"Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!". Le sue parole svelano il segreto di Dio, il suo
disegno e la sua promessa, e cambiano perciò il cuore dell’uomo e il suo destino.
Con segni
evangelici
12. Ma egli
attua parimenti questa proclamazione attraverso innumerevoli segni, che formano
lo stupore delle folle e, nel contempo, le trascinano verso di lui per vederlo,
ascoltarlo e lasciarsi trasformare da lui: malati guariti, acqua cambiata in
vino, pane moltiplicato, morti che ritornano alla vita. E tra tutti, il segno
al quale egli dà una grande importanza: i piccoli, i poveri sono evangelizzati,
diventano suoi discepoli, si riuniscono "nel suo nome" nella grande
comunità di quelli che credono in lui. Perché il Gesù che dichiarava:
"Devo annunziare la buona novella del Regno di Dio", è lo stesso Gesù
di cui Giovanni evangelista diceva che era venuto e doveva morire "per
riunire insieme i figli di Dio dispersi". Così egli compie la rivelazione,
completandola e confermandola con ogni manifestazione che fa di sé medesimo,
mediante le parole e le opere, i segni e i miracoli, e più particolarmente
mediante la sua morte, la sua risurrezione e l’invio dello Spirito di Verità.
Per una
comunità evangelizzata ed evangelizzatrice
13. Coloro
che accolgono con sincerità la buona novella, proprio in virtù di questo
accoglimento e della fede partecipata, si riuniscono nel nome di Gesù per
cercare insieme il Regno, costruirlo, viverlo. L’ordine dato agli apostoli — "Andate, proclamate la buona novella"— vale anche, sebbene in modo differente, per
tutti i cristiani, È proprio per ciò che Pietro chiama questi ultimi
"popolo che Dio si è acquistato perché proclami le sue opere
meravigliose", quelle medesime meraviglie che ciascuno ha potuto ascoltare
nella propria lingua. Del resto, la buona novella del Regno, che viene e che è
iniziato, è per tutti gli uomini di tutti i tempi. Quelli che l’hanno ricevuta e quelli che essa raccoglie nella
comunità della salvezza, possono e devono comunicarla e diffonderla.
Evangelizzazione,
vocazione propria della Chiesa
14. La
Chiesa lo sa. Essa ha una viva consapevolezza che la parola del Salvatore — "Devo annunziare la buona novella del
Regno di Dio"; —
si applica in tutta verità a lei stessa. E volentieri aggiunge con san Paolo:
"Per me evangelizzare non è un titolo di gloria, ma un dovere. Guai a me
se non predicassi il Vangelo!". È con gioia e conforto che noi abbiamo
inteso, al termine della grande assemblea dell’ottobre 1974, queste parole luminose: "Vogliamo nuovamente
confermare che il mandato d’evangelizzare
tutti gli uomini costituisce la missione essenziale della Chiesa", compito
e missione che i vasti e profondi mutamenti della società attuale non rendono
meno urgenti. Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della
Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire
per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia,
riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio del Cristo nella s.
messa che è il memoriale della sua morte e della sua gloriosa risurrezione.
Legami
reciproci tra la Chiesa e l’evangelizzazione
15. Chiunque
rilegge, nel nuovo testamento, le origini della Chiesa, seguendo passo passo la sua storia e considerandola nel suo vivere e
agire, scorge che è legata all’evangelizzazione
da ciò che essa ha di più intimo:
—
La Chiesa nasce dall’azione
evangelizzatrice di Gesù e dei dodici. Ne è il frutto normale, voluto, più
immediato e più visibile: "Andate dunque, fate dei discepoli in tutte le
nazioni". Ora, "coloro che accolsero la sua parola furono battezzati
e circa tremila si unirono ad essi... E il Signore ogni giorno aggiungeva alla
comunità quelli che erano salvati".
—
Nata, di conseguenza dalla missione, la Chiesa è, a sua volta, inviata da Gesù.
La Chiesa resta nel mondo, mentre il Signore della gloria ritorna al Padre. Essa
resta come un segno insieme opaco e luminoso di una nuova presenza di Gesù,
della sua dipartita e della sua permanenza. Essa lo prolunga e lo continua. Ed
è appunto la sua missione e la sua condizione di evangelizzatore che,
anzitutto, è chiamata a continuare. Infatti la comunità dei cristiani non è mai
chiusa in se stessa. In essa la vita intima — la vita di preghiera, l’ascolto della parola e dell’insegnamento degli apostoli, la carità fraterna vissuta, il pane
spezzato — non acquista tutto il
suo significato se non quando essa diventa testimonianza, provoca l’ammirazione e la conversione, si fa predicazione
e annuncio della buona novella. Così tutta la Chiesa riceve la missione di
evangelizzare, e l’opera
di ciascuno è importante per il tutto.
—
Evangelizzatrice, la Chiesa comincia con l’evangelizzare se stessa. Comunità di credenti, comunità di speranza
vissuta e partecipata, comunità d’amore fraterno, essa ha bisogno di ascoltare di continuo ciò che
deve credere, le ragioni della sua speranza, il comandamento nuovo dell’amore. Popolo di Dio immerso nel mondo, e spesso
tentato dagli idoli, essa ha sempre bisogno di sentir proclamare "le
grandi opere di Dio", che l’hanno
convertita al Signore, e d’essere
nuovamente convocata e riunita da lui. Ciò vuol dire, in una parola, che essa
ha sempre bisogno d’essere
evangelizzata, se vuol conservare freschezza, slancio e forza per annunziare il
Vangelo. Il Concilio Vaticano II ha ricordato e il sinodo del 1974 ha
fortemente ripreso questo tema della Chiesa che si evangelizza mediante una
conversione e un rinnovamento costanti, per evangelizzare il mondo con
credibilità.
—
La Chiesa è depositaria della buona novella che si deve annunziare. Le promesse
della nuova alleanza in Gesù Cristo, l’insegnamento del Signore e degli apostoli, la parola di vita, le
fonti della grazia e della benignità di Dio, il cammino della salvezza: tutto
ciò le è stato affidato. Il contenuto del Vangelo, e quindi dell’evangelizzazione, essa lo conserva come un
deposito vivente e prezioso, non per tenerlo nascosto, ma per comunicarlo.
—
Inviata ed evangelizzata, la Chiesa, a sua volta, invia gli evangelizzatori.
Mette nella loro bocca la parola che salva, spiega loro il messaggio di cui
essa stessa è depositaria, dà loro il mandato che essa stessa ha ricevuto e li
manda a predicare: ma non a predicare le proprie persone o le loro idee
personali, bensì un Vangelo di cui né essi, né essa sono padroni e proprietari
assoluti per disporne a loro arbitrio, ma ministri per trasmetterlo con estrema
fedeltà.
La
Chiesa, inseparabile dal Cristo
16. C’è dunque un legame profondo tra il Cristo, la
Chiesa e l’evangelizzazione.
Durante questo tempo della Chiesa è lei che ha il mandato di evangelizzare.
Questo mandato non si adempie senza di essa, né, e ancor meno, contro di essa.
È bene accennare a un momento come questo, quando avviene di sentire, non senza
dolore, persone, che vogliamo credere ben intenzionate, ma certamente
disorientate nel loro spirito, ripetere che esse desiderano amare il Cristo, ma
non la Chiesa, ascoltare il Cristo, ma non la Chiesa, appartenere al Cristo, ma
al di fuori della Chiesa. L’assurdo
di questa dicotomia appare nettamente in queste parole del Vangelo: "Chi
respinge voi, respinge me". E come si può voler amare il Cristo senza amare
la Chiesa, se la più bella testimonianza resa a Cristo è quella di san Paolo:
"Egli ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei"?
II
CHE COSA
SIGNIFICA EVANGELIZZAZIONE
Complessità
dell’azione
evangelizzatrice
17. Nell’azione evangelizzatrice della Chiesa, ci sono
certamente degli elementi e degli aspetti da ritenere. Alcuni sono talmente
importanti che si tende ad identificarli semplicemente con l’evangelizzazione. Si è potuto così definire l’evangelizzazione in termine di annuncio del
Cristo a coloro che lo ignorano, di predicazione, di catechesi, di battesimo e
di altri sacramenti da conferire. Nessuna definizione parziale e frammentaria
può dare ragione della realtà ricca, complessa e dinamica, quale è quella dell’evangelizzazione, senza correre il rischio di
impoverirla e perfino di mutilarla. È impossibile capirla, se non si cerca di
abbracciare con lo sguardo tutti gli elementi essenziali. Questi elementi,
chiaramente sottolineati durante il menzionato sinodo, vengono ancora
approfonditi, di questi tempi, sotto l’influsso dei lavori sinodali. Siamo lieti che essi si collochino,
in fondo, nella linea di quelli a noi trasmessi dal Concilio Vaticano II,
soprattutto nelle costituzioni "Lumen gentium",
"Gaudium et spes"e nel decreto "Ad gentes".
Rinnovamento
dell’umanità...
18.
Evangelizzare, per la Chiesa, è portare la buona novella in tutti gli strati
dell’umanità e, col suo
influsso, trasformare dal di dentro, rendere nuova l’umanità stessa: "Ecco io faccio nuove tutte
le cose". Ma non c’è
nuova umanità, se prima non ci sono uomini nuovi, della novità del battesimo e
della vita secondo il Vangelo. Lo scopo dell’evangelizzazione è appunto questo cambiamento interiore e, se
occorre tradurlo in una parola, più giusto sarebbe dire che la Chiesa evangelizza
allorquando, in virtù della sola potenza divina del messaggio che essa
proclama, cerca di convertire la coscienza personale e insieme collettiva degli
uomini, l’attività nella quale
essi sono impegnati, la vita e l’ambiente
concreto loro propri.
... e degli
strati dell’umanità
19. Strati
dell’umanità che si
trasformano: per la Chiesa non si tratta soltanto di predicare il Vangelo in
fasce geografiche sempre più vaste o a popolazioni sempre più estese, ma anche
di raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di
giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le
fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la parola di Dio e col disegno
della salvezza.
Evangelizzazione
delle culture
20. Si
potrebbe esprimere tutto ciò dicendo così: occorre evangelizzare — non in maniera decorativa, a somiglianza di
vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici — la cultura e le culture dell’uomo, nel senso ricco ed esteso che questi
termini hanno nella costituzione Gaudium et spes, partendo sempre
dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio.
Il Vangelo, e quindi l’evangelizzazione,
non si identificano certo con la cultura, e sono indipendenti rispetto a tutte
le culture. Tuttavia il Regno, che il Vangelo annunzia, è vissuto da uomini
profondamente legati a una cultura, e la costruzione del Regno non può non
avvalersi degli elementi della cultura e delle culture umane. Indipendenti di
fronte alle culture il Vangelo e l’evangelizzazione non sono necessariamente incompatibili con esse,
ma capaci di impregnarle tutte, senza asservirsi ad alcuna. La rottura tra
Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche
di altre. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una generosa
evangelizzazione della cultura, più esattamente delle culture. Esse devono
essere rigenerate mediante l’incontro
con la buona novella. Ma questo incontro non si produrrà, se la buona novella
non è proclamata.
Importanza
primordiale della testimonianza di vita
21. Ed essa
deve essere anzitutto proclamata mediante la testimonianza. Ecco: un cristiano
o un gruppo di cristiani, in seno alla comunità d’uomini nella quale vivono, manifestano capacità di comprensione e
di accoglimento, comunione di vita e di destino con gli altri, solidarietà
negli sforzi di tutti per tutto ciò che è nobile e buono. Ecco: essi irradiano,
inoltre, in maniera molto semplice e spontanea, la fede in alcuni valori che
sono al di là dei valori correnti, e la speranza in qualche cosa che non si
vede, e che non si oserebbe immaginare. Allora con tale testimonianza senza
parole, questi cristiani fanno salire nel cuore di coloro che li vedono vivere,
domande irresistibili: perché sono così? Perché vivono in tal modo? Che cosa o
chi li ispira? Perché sono in mezzo a noi? Ebbene, una tale testimonianza è già
una proclamazione silenziosa, ma molto forte ed efficace della buona novella.
Vi è qui un gesto iniziale di evangelizzazione. Forse tali domande saranno le
prime che si porranno molti non cristiani, siano essi persone a cui il Cristo
non era mai stato annunziato, battezzati non praticanti, individui che vivono
nella cristianità ma secondo principi per nulla cristiani, oppure persone che
cercano, non senza sofferenza, qualche cosa o Qualcuno che essi presagiscono
senza poterlo nominare. Altre domande sorgeranno, più profonde e più
impegnative, provocate da questa testimonianza che comporta presenza,
partecipazione, solidarietà, e che è un elemento essenziale, generalmente il
primo, nella evangelizzazione. A questa testimonianza tutti i cristiani sono
chiamati e possono essere, sotto questo aspetto, dei veri evangelizzatori.
Pensiamo soprattutto alla responsabilità che spetta agli emigranti nei paesi
che li ricevono.
Necessità
di un annuncio esplicito
22. Tuttavia
ciò resta sempre insufficiente, perché anche la più bella testimonianza si
rivelerà a lungo impotente, se non è illuminata, giustificata — ciò che Pietro chiamava "dare le ragioni
della propria speranza" —
esplicitata da un annuncio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù. La buona
novella, proclamata dalla testimonianza di vita, dovrà dunque essere presto o
tardi annunziata dalla parola di vita. Non c’è vera evangelizzazione se il nome, l’insegnamento, la vita, le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di
Nazareth, figlio di Dio, non siano proclamati. La storia della Chiesa, a
partire dal discorso di Pietro la mattina di pentecoste, si mescola e si
confonde con la storia di questo annuncio. Ad ogni nuova tappa della storia
umana, la Chiesa, continuamente travagliata dal desiderio di evangelizzare, non
ha che un assillo: chi inviare ad annunziare il mistero di Gesù? In quale
linguaggio annunziare questo mistero? Come fare affinché esso si faccia sentire
e arrivi a tutti quelli che devono ascoltarlo? Questo annuncio — kerigma, predicazione
o catechesi — occupa un tale posto
nell’evangelizzazione che
ne è divenuto spesso sinonimo. Esso tuttavia non ne è che un aspetto.
Per una
adesione vitale e comunitaria
23. L’annuncio, in effetti, non acquista tutta la sua
dimensione, se non quando è inteso, accolto, assimilato e allorché fa sorgere
in colui che l’ha ricevuto un’adesione del cuore. Adesione alle verità che, per
misericordia, il Signore ha rivelate. Ma più ancora, adesione al programma di
vita — vita ormai
trasformata — che esso propone.
Adesione, in una parola, al Regno, cioè al "mondo nuovo", al nuovo
stato di cose, alla nuova maniera di essere, di vivere, di vivere insieme, che
il Vangelo inaugura. Una tale adesione, che non può restare astratta e
disincarnata, si rivela concretamente mediante un ingresso visibile nella
comunità dei fedeli. Così dunque, quelli, la cui vita si è trasformata,
penetrano in una comunità che è di per sé segno di trasformazione e di novità
di vita: è la Chiesa, sacramento visibile della salvezza. Ma, a sua volta, l’ingresso nella comunità ecclesiale si esprimerà
attraverso molti altri segni che prolungano e dispiegano il segno della Chiesa.
Nel dinamismo dell’evangelizzazione,
colui che accoglie il Vangelo come parola che salva, lo traduce normalmente in
questi gesti sacramentali: adesione alla Chiesa, accoglimento dei sacramenti,
che manifestano e sostengono questa adesione mediante la grazia, che
conferiscono.
Far
sorgere un nuovo apostolato
24.
Finalmente, chi è stato evangelizzato a sua volta evangelizza, Qui è la prova
della verità, la pietra di paragone della evangelizzazione: è impensabile che
un uomo abbia accolto la parola e si sia dato al Regno, senza diventare uno che
a sua volta testimonia e annunzia. Al termine di queste considerazioni sul
senso dell’evangelizzazione,
occorre presentare un’ultima
osservazione, che noi stimiamo illuminante per le riflessioni che seguono. L’evangelizzazione, abbiamo detto, è un processo
complesso e dagli elementi vari: rinnovamento dell’umanità, testimonianza, annuncio esplicito,
adesione del cuore, ingresso nella comunità, accoglimento dei segni, iniziative
di apostolato. Questi elementi possono apparire contrastanti e persino
esclusivi. Ma in realtà sono complementari e si arricchiscono vicendevolmente.
Bisogna sempre guardare ciascuno di essi integrandolo con gli altri. Il merito
del recente sinodo sta nell’averci
costantemente invitati a comporre questi elementi, più che ad opporli tra di
loro, al fine di avere la piena comprensione dell’attività evangelizzante della Chiesa. È questa visione globale, che
ora vogliamo esporre nell’esaminare
il contenuto dell’evangelizzazione,
i mezzi per evangelizzare, e nel precisare a chi si indirizza l’annuncio evangelico e chi ne ha oggi l’incarico.
Contenuto
essenziale ed elementi secondari
25. Nel
messaggio che la Chiesa annunzia, ci sono certamente molti elementi secondari.
La loro presentazione dipende molto dalle circostanze mutevoli. Essi pure
cambiano. Ma c’è il contenuto
essenziale, la sostanza viva, che non si può modificare né passare sotto
silenzio, senza snaturare gravemente la stessa evangelizzazione.
Testimonianza
resa all’amore del Padre
26. Non è
superfluo ricordarlo: evangelizzare è anzitutto testimoniare, in maniera
semplice e diretta, Dio rivelato da Gesù Cristo, nello Spirito Santo.
Testimoniare che nel suo Figlio ha amato il mondo; che nel suo Verbo incarnato
ha dato ad ogni cosa l’essere
ed ha chiamato gli uomini alla vita eterna. Questa attestazione di Dio farà
raggiungere forse a molti il Dio ignoto, che essi adorano senza dargli un nome,
o che cercano per una ispirazione segreta del cuore allorquando fanno l’esperienza della vacuità di tutti gli idoli. Ma
è pienamente evangelizzatrice quando manifesta che, per l’uomo, il Creatore non è una potenza anonima e
lontana: è il Padre. "Siamo chiamati figli di Dio, e lo siamo
realmente!" e siamo dunque fratelli gli uni gli altri in Dio.
Al centro
del messaggio la salvezza di Gesù Cristo
27. La
evangelizzazione conterrà sempre anche — come base, centro e insieme vertice del suo dinamismo — una chiara proclamazione che, in Gesù Cristo,
Figlio di Dio fatto uomo, morto e risuscitato, la salvezza è offerta ad ogni
uomo, come dono di grazia e misericordia di Dio stesso. E non già una salvezza
immanente, a misura dei bisogni materiali o anche spirituali che si esauriscono
nel quadro dell’esistenza temporale e
si identificano totalmente con i desideri, le speranze, le occupazioni, le
lotte temporali, ma altresì una salvezza che oltrepassa tutti questi limiti per
attuarsi in una comunione con l’unico
"Assoluto", quello di Dio: salvezza trascendente, escatologica, che
ha certamente il suo inizio in questa vita, ma che si compie nell’eternità.
Sotto il
segno della speranza
28. La
evangelizzazione, di conseguenza, non può non contenere l’annuncio profetico di un al di là, vocazione
profonda e definitiva dell’uomo,
in continuità e insieme in discontinuità con la situazione presente: al di là
del tempo e della storia, al di là della realtà di questo mondo la cui figura
passa, e delle cose di questo mondo, del quale un giorno si manifesterà una
dimensione nascosta; al di là dell’uomo stesso, il cui vero destino non si esaurisce nel suo aspetto
temporale, ma sarà, rivelato nella vita futura. L’evangelizzazione contiene dunque anche la predicazione della
speranza nelle promesse fatte da Dio nella nuova alleanza in Gesù Cristo; la
predicazione dell’amore
di Dio verso di noi e del nostro amore verso Dio; la predicazione dell’amore fraterno per tutti gli uomini — capacità di dono e di perdono, di abnegazione,
di aiuto ai fratelli —
che, derivando dall’amore
di Dio, è il nucleo del Vangelo; la predicazione del mistero del male e della
ricerca attiva del bene. Predicazione, ugualmente — e questa è sempre urgente — della ricerca di Dio stesso attraverso la
preghiera principalmente adorante e riconoscente, ma anche attraverso la
comunione con quel segno visibile dell’incontro con Dio che è la Chiesa di Gesù Cristo, e questa comunione
si esprime a sua volta mediante la realizzazione di quegli altri segni del
Cristo, vivente ed operante nella Chiesa, quali sono i sacramenti. Vivere in
tal modo i sacramenti, sì da portare la loro celebrazione ad una vera pienezza,
non significa, come taluno pretenderebbe, mettere un ostacolo o accettare una
deviazione dell’evangelizzazione, ma
darle invece la sua completezza. Perché l’evangelizzazione nella sua totalità, oltre che nella predicazione
di un messaggio, consiste nell’impiantare
la Chiesa, la quale non esiste senza questo respiro, che è la vita sacramentale
culminante nell’Eucaristia.
Messaggio
che coinvolge tutta la vita
29. Ma l’evangelizzazione non sarebbe completa se non
tenesse conto del reciproco appello, che si fanno continuamente il Vangelo e la
vita concreta, personale e sociale, dell’uomo. Per questo l’evangelizzazione
comporta un messaggio esplicito, adattato alle diverse situazioni,
costantemente attualizzato, sui diritti e sui doveri di ogni persona umana,
sulla vita familiare senza la quale la crescita personale difficilmente è
possibile, sulla vita internazionale, la pace, la giustizia, lo sviluppo; un
messaggio, particolarmente vigoroso nei nostri giorni, sulla liberazione.
Un
messaggio di liberazione
30. È noto
in quali termini ne abbiano parlato, al recente sinodo, numerosi vescovi di
tutti i continenti, soprattutto i vescovi del terzo mondo, con un accento
pastorale in cui vibrava la voce di milioni di figli della Chiesa che formano
quei popoli. Popoli impegnati, noi lo sappiamo, con tutta la loro energia,
nello sforzo e nella lotta di superare tutto ciò che li condanna a restare ai
margini della vita: carestie, malattie croniche, analfabetismo, pauperismo,
ingiustizia nei rapporti internazionali e specialmente negli scambi
commerciali, situazioni di neo—colonialismo
economico e culturale talvolta altrettanto crudele quanto l’antico colonialismo politico. La Chiesa, hanno
ripetuto i vescovi, ha il dovere di annunziare la liberazione di milioni di
esseri umani, essendo molti di essi figli suoi; il dovere di aiutare questa
liberazione a nascere, di testimoniare per essa, di fare sì che sia totale.
Tutto ciò non è estraneo all’evangelizzazione.
Un legame
necessario con la promozione umana
3l. Tra
evangelizzazione e promozione umana — sviluppo, liberazione — ci sono infatti dei legami profondi. Legami di ordine
antropologico, perché l’uomo
da evangelizzare non è un essere astratto, ma è condizionato dalle questioni
sociali ed economiche. Legami di ordine teologico, poiché non si può dissociare
il piano della creazione da quello della redenzione che arriva fino alle
situazioni molto concrete dell’ingiustizia
da combattere e della giustizia da restaurare. Legami dell’ordine eminentemente evangelico, quale è quello
della carità: come infatti proclamare il comandamento nuovo senza promuovere
nella giustizia e nella pace la vera, l’autentica crescita dell’uomo? Noi abbiamo voluto sottolineare questo ricordando che è
impossibile accettare che "nell’evangelizzazione si possa o si debba trascurare l’importanza dei problemi, oggi così dibattuti,
che riguardano la giustizia, la liberazione, lo sviluppo e la pace del mondo.
Sarebbe dimenticare la lezione che ci viene dal Vangelo sull’amore del prossimo sofferente e bisognoso".
Ebbene, le medesime voci che con zelo, intelligenza e coraggio hanno affrontato
nel corso del citato sinodo questo tema cruciale, hanno offerto, con nostra
grande gioia, i principi illuminanti per cogliere la portata e il senso
profondo della liberazione quale l’ha annunziata e realizzata Gesù di Nazaret,
e quale la predica la Chiesa.
Senza
riduzione né ambiguità
32. Non
dobbiamo nasconderci, infatti, che molti cristiani, anche generosi e sensibili
alle questioni drammatiche che racchiude il problema della liberazione, volendo
impegnare la Chiesa nello sforzo di liberazione, hanno spesso la tentazione di
ridurre la sua missione alle dimensioni di un progetto semplicemente temporale:
i suoi compiti a un disegno antropologico; la salvezza, di cui essa è
messaggera e sacramento, a un benessere materiale; la sua attività, trascurando
ogni preoccupazione spirituale e religiosa, a iniziative di ordine politico o
sociale. Ma se così fosse, la Chiesa perderebbe la sua significazione
fondamentale. Il suo messaggio di liberazione non avrebbe più alcuna
originalità e finirebbe facilmente per essere accaparrato e manipolato da
sistemi ideologici e da partiti politici. Essa non avrebbe più autorità per
annunziare, come da parte di Dio, la liberazione. Per questo noi abbiamo voluto
sottolineare nella medesima allocuzione all’inizio della terza assemblea sinodale" la necessità di
riaffermare chiaramente la finalità specificamente religiosa dell’evangelizzazione. Questa perderebbe la sua ragion
d’essere se si scostasse
dall’asse religioso che la
governa: il Regno di Dio prima di ogni altra cosa, nel suo senso pienamente
teologico".
La
liberazione evangelica
33. Circa la
liberazione, che l’evangelizzazione
annunzia e si sforza di realizzare, bisogna dire piuttosto: — essa non può limitarsi alla semplice e
ristretta dimensione economica, politica, sociale o culturale, ma deve mirare
all’uomo intero, in ogni
sua dimensione, compresa la sua apertura verso l’"assoluto", anche l’Assoluto che è Dio; —
è dunque radicata in una certa concezione dell’uomo, in una antropologia, che non può mai sacrificare alle
esigenze di una qualsivoglia strategia, di una prassi o di una efficacia a
breve scadenza.
Fondata
sul Regno di Dio
34. Per
questo, col predicare la liberazione e con l’associarsi a coloro che operano e soffrono per essa, la Chiesa non
accetta di circoscrivere la propria missione al solo campo religioso,
disinteressandosi dei problemi temporali dell’uomo; ma riafferma il primato della sua vocazione spirituale,
rifiuta di sostituire l’annuncio
del Regno con la proclamazione delle liberazioni umane, e sostiene che anche il
suo contributo alla liberazione è incompleto se trascura di annunziare la
salvezza in Gesù Cristo.
Una
visione evangelica dell’uomo
35. La
Chiesa collega ma non identifica giammai liberazione umana e salvezza in Gesù
Cristo, perché sa per rivelazione, per esperienza storica e per riflessione di
fede, che non ogni nozione di liberazione è necessariamente coerente e
compatibile con una visione evangelica dell’uomo, delle cose e degli avvenimenti; sa che non basta instaurare
la liberazione, creare il benessere e lo sviluppo, perché venga il Regno di
Dio. Ben più, la Chiesa ha la ferma convinzione che ogni liberazione temporale,
ogni liberazione politica —
anche se si sforza di trovare la propria giustificazione in questa o in quella
pagina dell’antico o del nuovo
testamento, anche se rivendica per i suoi postulati ideologici e per le sue
norme di azione l’autorità
dei dati e delle conclusioni teologiche, anche se pretende di essere la
teologia per i nostri giorni —
porta in se stessa il germe della propria negazione e decade dall’ideale che si propone sia perché i suoi motivi
non sono quelli della giustizia nella carità, sia perché lo slancio che la
trascina non ha una dimensione veramente spirituale e perché il suo scopo
finale non è la salvezza e la beatitudine di Dio.
Esige una
necessaria conversione
36. La
Chiesa reputa certamente importante ed urgente edificare strutture più umane,
più giuste, più rispettose dei diritti della persona, meno oppressive e meno
coercitive, ma è cosciente che le migliori strutture, i sistemi meglio
idealizzati diventano presto inumani se le inclinazioni inumane del cuore dell’uomo non sono risanate, se non c’è una conversione del cuore e della mente di
coloro che vivono in quelle strutture o le dominano.
Esclude
la violenza
37. La
Chiesa non può accettare la violenza, soprattutto la forza delle armi — incontrollabile quando si scatena — né la morte di chicchessia, come cammino di
liberazione, perché sa che la violenza chiama sempre la violenza e genera
irresistibilmente nuove forme di oppressione e di schiavitù più pesanti di
quelle dalle quali essa pretendeva liberare. Lo dicemmo chiaramente nel nostro
viaggio in Colombia: "Vi esortiamo a non porre la vostra fiducia nella
violenza né nella rivoluzione; tale atteggiamento è contrario allo spirito
cristiano e può anche ritardare, e non favorire, l’elevazione sociale alla quale legittimamente
aspirate"; "dobbiamo dire e riaffermare che la violenza non è né
cristiana né evangelica e che i mutamenti bruschi o violenti delle strutture
sarebbero fallaci, inefficaci in se stessi e certamente non conformi alla
dignità del popolo".
Contributo
specifico della Chiesa
38. Detto
questo, noi siamo lieti che la Chiesa prenda coscienza sempre più viva della
maniera propria, fondamentalmente evangelica, che essa ha di collaborare alla
liberazione degli uomini. E che cosa fa? Cerca sempre più di suscitare numerosi
cristiani che si dedichino alla liberazione degli altri. Offre a questi
cristiani "liberatori" una ispirazione di fede, una motivazione di
amore fraterno, un insegnamento sociale al quale il vero cristiano non può non
essere attento, ma che deve porre alla base della sua sapienza, della sua
esperienza per tradurlo concretamente in categorie di azione, di partecipazione
e di impegno. Tutto questo, senza confondersi con atteggiamenti tattici né col
servizio di un sistema politico, deve caratterizzare lo slancio del cristiano
impegnato. La Chiesa si sforza di inserire sempre la lotta cristiana per la
liberazione nel disegno globale della salvezza che essa stessa annunzia.
Ciò che noi
abbiamo qui ricordato emerge più di una volta dai dibattiti del sinodo. Noi
abbiamo d’altronde voluto
consacrare a questo tema alcune parole di chiarificazione nel discorso
indirizzato ai padri alla chiusura dell’Assemblea. Tutte queste considerazioni dovrebbero aiutare, bisogna
sperarlo, ad evitare l’ambiguità
che riveste troppo spesso la parola "liberazione" nelle ideologie,
nei sistemi o nei gruppi politici. La liberazione che proclama e prepara l’evangelizzazione è quella che il Cristo stesso
ha annunziato e donato all’uomo
mediante il suo sacrificio.
La
libertà religiosa
39. Da
questa giusta liberazione legata all’evangelizzazione, che mira ad ottenere strutture salvaguardanti le
libertà umane, non può essere separata l’assicurazione di tutti i fondamentali diritti dell’uomo, fra i quali la libertà religiosa occupa un
posto di primaria importanza. Abbiamo recentemente parlato dell’attualità di tale questione, mettendo in rilievo
"quanti cristiani, ancora oggi, perché cristiani, perché cattolici vivono
soffocati da una sistematica oppressione! Il dramma della fedeltà a Cristo, e
della libertà di religione, se pure mascherato da categoriche dichiarazioni in
favore dei diritti della persona e della socialità umana, continua!".
IV
LE VIE
DELL’EVANGELIZZAZIONE
Alla
ricerca dei mezzi adatti
40. L’importanza evidente del contenuto dell’evangelizzazione non deve nascondere l’importanza delle vie e dei mezzi che servono a
prepararla. Questo problema del "come evangelizzare" resta sempre
attuale perché i modi variano secondo le circostanze di tempo, di luogo, di
cultura, e lanciano pertanto una certa sfida alla nostra capacità di scoperta e
di adattamento. A noi specialmente, pastori nella Chiesa, incombe la cura di
ricreare con audacia e saggezza, in piena fedeltà al suo contenuto, i modi più
adatti e più efficaci per comunicare il messaggio evangelico agli uomini del
nostro tempo.
Ci basti, in
questa riflessione, ricordare alcune vie che, per una ragione o per l’altra, hanno un’importanza fondamentale.
La
testimonianza della vita
4l. Ed
anzitutto, senza ripetere tutto quello che abbiamo già sopra ricordato, è bene
sottolineare questo: per la Chiesa, la testimonianza di una vita autenticamente
cristiana, abbandonata in Dio in una comunione che nulla deve interrompere, ma
ugualmente donata al prossimo con uno zelo senza limiti, è il primo mezzo di
evangelizzazione. "L’uomo
contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, — dicevamo lo scorso anno ad un gruppo di laici — o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei
testimoni". San Pietro esprimeva bene ciò quando descriveva lo spettacolo
di una vita casta e rispettosa che "conquista senza bisogno di parole
quelli che si rifiutano di credere alla Parola". È dunque mediante la sua
condotta, mediante la sua vita, che la Chiesa evangelizzerà innanzitutto il
mondo, vale a dire mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore
Gesù, di povertà e di distacco, di libertà di fronte ai poteri di questo mondo,
in una parola, di santità.
Una
predicazione vivente
42. Non è
superfluo sottolineare, inoltre, l’importanza e la necessità della predicazione. "Come potranno
credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza
uno che lo annunzi?... La fede dipende dunque dalla predicazione e la
predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo". Questa legge posta
un giorno dall’apostolo Paolo
conserva ancor oggi tutta la sua forza. Sì, è sempre indispensabile la
predicazione, questa proclamazione verbale di un messaggio. Sappiamo bene che l’uomo moderno sazio di discorsi si mostra spesso
stanco di ascoltare e —
peggio ancora — immunizzato contro la
parola. Conosciamo anche le idee di numerosi psicologi e sociologi, i quali
affermano che l’uomo moderno ha
superato la civiltà della parola, ormai inefficace ed inutile, e vive oggi
nella civiltà dell’immagine.
Questi fatti dovrebbero spingerci, certo, a mettere in opera nella trasmissione
del messaggio evangelico i mezzi moderni escogitati da tale civiltà.
Tentativi
molto validi, d’altronde, sono stati
già compiuti in tal senso. Noi non possiamo che lodarli ed incoraggiarli perché
si sviluppino ancora di più. La fatica che provocano al giorno d’oggi tanti discorsi vuoti e l’attualità di molte altre forme di comunicazione
non debbono tuttavia diminuire la forza permanente della parola, né far perdere
fiducia in essa. La parola resta sempre attuale, soprattutto quando è
portatrice della potenza di Dio. Per questo resta ancora attuale l’assioma di San Paolo: "La fede dipende
dalla predicazione": è appunto la parola ascoltata che porta a credere.
Liturgia
della parola
43. Questa
predicazione evangelizzatrice assume parecchie forme, che lo zelo ispirerà a
ricreare quasi all’infinito.
Sono effettivamente innumerevoli gli avvenimenti della vita e le situazioni
umane che offrono l’occasione
di un annuncio discreto, ma incisivo, di ciò che il Signore ha da dire in
questa circostanza. Basta una vera sensibilità spirituale per saper leggere
negli avvenimenti il messaggio di Dio. Ma, dal momento che la liturgia
rinnovata dal Concilio ha molto valorizzato la "liturgia della
parola", sarebbe un errore non vedere nell’omelia uno strumento valido ed adattissimo di evangelizzazione.
Bisogna certo conoscere e mettere a profitto le esigenze e le possibilità dell’omelia perché essa acquisti tutta la sua
efficacia pastorale. Bisogna, però, soprattutto esserne convinti e dedicarvisi con amore. Questa predicazione particolarmente
inserita nella celebrazione eucaristica da cui riceve forza e vigore
particolari, ha certamente un ruolo speciale nell’evangelizzazione, nella misura in cui esprime la fede profonda del
ministro sacro che predica, ed è impregnata di amore. I fedeli riuniti per
formare una Chiesa pasquale, che celebra la festa del Signore presente in mezzo
ad essi, si attendono molto da questa predicazione, e ne ricavano frutto purché
essa sia semplice, chiara, diretta, adatta, profondamente radicata nell’insegnamento evangelico e fedele al magistero
della Chiesa, animata da un ardore apostolico equilibrato che le viene dal suo
proprio carattere, piena di speranza, nutriente per la fede, generatrice di
pace e di unità. Molte comunità parrocchiali o di altro tipo vivono e si
consolidano grazie alla omelia di ogni domenica, quando essa ha tali qualità.
Aggiungiamo
che, grazie al medesimo rinnovamento liturgico, la celebrazione eucaristica non
è il solo momento appropriato per l’omelia. Questa trova il suo posto e non deve essere trascurata
nella celebrazione di tutti i sacramenti, o ancora nel corso di para—liturgie, nell’ambito di assemblee di fedeli. Sarà sempre una occasione
privilegiata per comunicare la Parola del Signore.
La
catechesi
44. Una via
da non trascurare nella evangelizzazione è quella dell’insegnamento catechetico.
L’intelligenza,
soprattutto quella dei fanciulli e degli adolescenti, ha bisogno di apprendere,
mediante un insegnamento religioso sistematico, i dati fondamentali, il
contenuto vivo della verità che Dio ha voluto trasmetterci e che la Chiesa ha
cercato di esprimere in maniera sempre più ricca, nel corso della sua lunga
storia. Che questo insegnamento debba essere impartito per formare abitudini di
vita cristiana e non per rimanere solamente intellettuale, nessuno lo
contesterà. Certamente, lo sforzo di evangelizzazione trarrà un grande
profitto, sul piano dell’insegnamento
catechetico dato in Chiesa, nelle scuole, là dove è
possibile, in ogni caso nelle famiglie cristiane, se i catechisti dispongono di
testi appropriati, aggiornati con saggezza e competenza, sotto l’autorità dei vescovi. I metodi dovranno essere
adattati all’età, alla cultura,
alla capacità delle persone, nella costante ricerca di fissare nella memoria,
nella intelligenza e nel cuore le verità essenziali che dovranno impregnare la
vita intera. Bisogna soprattutto preparare buoni catechisti — catechisti parrocchiali, istitutori, genitori — preoccupati di perfezionarsi in questa arte
superiore, indispensabile ed esigente dell’insegnamento religioso. D’altronde, senza che si rischi di trascurare in qualunque cosa la
formazione dei fanciulli, si osserva che le condizioni attuali rendono sempre
più urgente l’insegnamento
catechistico sotto la forma di un catecumenato, per
numerosi giovani e adulti, che, toccati dalla grazia, scoprono a poco a poco il
volto di Cristo e provano il bisogno di donarsi a lui.
Utilizzazione
dei mass media
45. Nel
nostro secolo, contrassegnato dai mass media o strumenti di comunicazione
sociale, il primo annuncio, la catechesi o l’approfondimento ulteriore della fede, non possono fare a meno di
questi mezzi come abbiamo già sottolineato. Posti al servizio del Vangelo, essi
sono capaci di estendere quasi all’infinito il campo di ascolto della parola di Dio, e fanno giungere
la buona novella a milioni di persone. La Chiesa si sentirebbe colpevole di
fronte al suo Signore se non adoperasse questi potenti mezzi, che l’intelligenza umana rende ogni giorno più
perfezionati; servendosi di essi la Chiesa "predica sui tetti" il
messaggio di cui è depositaria; in loro essa trova una versione moderna ed
efficace del pulpito. Grazie ad essi riesce a parlare alle moltitudini.
Tuttavia l’uso degli strumenti di comunicazione sociale per
l’evangelizzazione
presenta una sfida: il messaggio evangelico dovrebbe, per il loro tramite,
giungere a folle di uomini, ma con la capacità di penetrare nella coscienza di
ciascuno come se questi fosse l’unico,
con tutto ciò che egli ha di più singolare e personale, e di ottenere a proprio
favore un’adesione, un impegno
del tutto personale.
Indispensabile
contatto personale
46. Perciò,
accanto alla proclamazione fatta in forma generale del Vangelo, l’altra forma della sua trasmissione, da persona a
persona, resta valida ed importante. Il Signore l’ha spesso praticata —
come ad esempio attestano le conversazioni con Nicodemo, Zaccheo, la
samaritana, Simone il fariseo e con altri — e anche gli apostoli. C’è forse in fondo una forma diversa di esporre il Vangelo, che
trasmettere ad altri la propria esperienza di fede? Non dovrebbe accadere che l’urgenza di annunziare la buona novella a masse
di uomini facesse dimenticare questa forma di annuncio mediante la quale la
coscienza personale di un uomo è raggiunta, toccata da una parola del tutto
straordinaria che egli riceve da un altro. Noi non potremmo lodare a
sufficienza quei sacerdoti che, attraverso il sacramento della penitenza o
attraverso il dialogo pastorale, si mostrano pronti a guidare le persone nelle
vie del Vangelo, a confermarle nei loro sforzi, a rialzarle se sono cadute, ad
assisterle sempre con discernimento e disponibilità.
Il ruolo
dei sacramenti
47. Peraltro
non si insisterà mai abbastanza sul fatto che l’evangelizzazione non si esaurisce nella predicazione e nell’insegnamento di una dottrina. Essa deve
raggiungere la vita: la vita naturale alla quale dà un senso nuovo, grazie alle
prospettive evangeliche che le apre; e la vita soprannaturale, che non è la
negazione, ma la purificazione e la elevazione della vita naturale. Questa vita
soprannaturale trova la sua espressione vivente nei sette sacramenti e nella
loro mirabile irradiazione di grazia e di santità. L’evangelizzazione dispiega così tutta la sua
ricchezza quando realizza il legame più intimo, e meglio ancora una
intercomunicazione ininterrotta, tra la parola e i sacramenti. In un certo
senso, è un equivoco l’opporre,
come si fa talvolta, l’evangelizzazione
e la sacramentalizzazione. È vero che un certo modo
di conferire i sacramenti, senza un solido sostegno della catechesi circa
questi medesimi sacramenti e di una catechesi globale, finirebbe per privarli
in gran parte della loro efficacia.
Il compito
dell’evangelizzazione è
precisamente quello di educare nella fede in modo tale che essa conduca ciascun
cristiano a vivere i sacramenti come veri sacramenti della fede, e non a
riceverli passivamente, o a subirli.
La pietà
popolare
48. Qui noi
tocchiamo un aspetto dell’evangelizzazione
che non può lasciare insensibili. Vogliamo parlare di quella realtà che si
designa spesso oggi col termine di religiosità popolare. Sia nelle regioni in
cui la Chiesa è impiantata da secoli, sia là dove essa è in via di essere
impiantata, si trovano presso il populo espressioni
particolari della ricerca di Dio e della fede. Per lungo tempo considerate meno
pure, talvolta disprezzate, queste espressioni formano oggi un po’ dappertutto l’oggetto di una scoperta. I vescovi ne hanno approfondito il
significato, nel corso del recente sinodo, con un realismo pastorale e uno zelo
notevoli. La religiosità popolare, si può dire, ha certamente i suoi limiti. È
frequentemente aperta alla penetrazione di molte deformazioni della religione,
anzi di superstizioni. Resta spesso a livello di manifestazioni culturali senza
impegnare una autentica adesione di fede. Può anche portare alla formazione di
sette e mettere in pericolo la vera comunità ecclesiale.
Ma se è ben
orientata, soprattutto mediante una pedagogia di evangelizzazione, è ricca di
valori. Essa manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono
conoscere; rende capaci di generosità e di sacrificio fino all’eroismo, quando si tratta di manifestare la
fede; comporta un senso acuto degli attributi profondi di Dio: la paternità, la
provvidenza, la presenza amorosa e costante; genera atteggiamenti interiori
raramente osservati altrove al medesimo grado: pazienza, senso della croce
nella vita quotidiana, distacco, apertura agli altri, devozione. A motivo di
questi aspetti, noi la chiamiamo volentieri pietà popolare, cioè religione del
popolo, piuttosto che religiosità. La carità pastorale deve suggerire a tutti
quelli, che il Signore ha posto come capi di comunità ecclesiali, le norme di
comportamento nei confronti di questa realtà, così ricca e insieme così
vulnerabile. Prima di tutto, occorre esservi sensibili, saper cogliere le sue
dimensioni interiori e i suoi valori innegabili, essere disposti ad aiutarla a
superare i suoi rischi di deviazione. Ben orientata, questa religiosità popolare
può essere sempre più, per le nostre masse popolari, un vero incontro con Dio
in Gesù Cristo.
V
I
DESTINATARI DELL’EVANGELIZZAZIONE
Una
destinazione universale
49. Le
ultime parole di Gesù nel Vangelo di Marco conferiscono alla evangelizzazione,
di cui il Signore incarica gli apostoli, una universalità senza frontiere:
"Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura". I
dodici e la prima generazione dei cristiani hanno ben compreso la lezione di
questo testo e di altri simili; ne hanno fatto un programma di azione. La
stessa persecuzione, disperdendo gli apostoli, ha contribuito a disseminare la
parola e a far impiantare la Chiesa in regioni sempre più lontane. L’ammissione di Paolo al rango degli apostoli e il
suo carisma di predicatore ai pagani — non giudei —
della venuta di Gesù Cristo ha ulteriormente sottolineato questo universalismo.
Nonostante
tutti gli ostacoli
50. Lungo
venti secoli di storia, le generazioni cristiane hanno affrontato
periodicamente diversi ostacoli, che si frapponevano a questa missione
universalistica. Da un lato, la tentazione, da parte degli stessi
evangelizzatori, di limitare con differenti pretesti il loro campo di azione
missionaria. Dall’altro,
le resistenze, spesso umanamente insuperabili, di coloro ai quali si indirizza
l’evangelizzatore. D’altronde, noi dobbiamo costatare con tristezza
che l’opera evangelizzatrice
della Chiesa è fortemente contrastata, se non impedita, da poteri pubblici.
Avviene, anche ai nostri giorni, che annunziatori
della parola di Dio siano privati dei loro diritti, perseguitati, minacciati,
eliminati per il solo fatto di predicare Gesù Cristo e il suo Vangelo. Ma noi
abbiamo fiducia che, malgrado queste prove dolorose, alla fin fine l’opera di questi apostoli non verrà meno in nessuna
regione del mondo.
Nonostante
tali avversità, la Chiesa ravviva sempre la sua ispirazione più profonda,
quella che le viene direttamente dal maestro: A tutto il mondo! A tutte le
creature! Fino agli estremi confini della terra! Essa lo ha fatto di nuovo nel
recente sinodo, come un appello a non imprigionare l’annuncio evangelico limitandolo a un settore
dell’umanità, o a una
classe di uomini, o a un solo tipo di cultura. Altri esempi potrebbero essere
rivelatori.
Primo
annuncio ai lontani
5l. Rivelare
Gesù Cristo e il suo Vangelo a quelli che non li conoscono, questo è, fin dal
mattino della pentecoste, il programma fondamentale che la Chiesa ha assunto
come ricevuto dal suo Fondatore. Tutto il nuovo testamento, e in modo speciale
gli Atti degli apostoli, testimoniano un momento privilegiato e, in un certo
senso, esemplare di questo sforzo missionario che si riscontrerà poi lungo
tutta la storia della Chiesa. Questo primo annuncio di Gesù Cristo, essa lo
realizza mediante un’attività
complessa e diversificata, che si designa talvolta col nome di "pre—evangelizzazione",
ma che è già, a dire il vero, l’evangelizzazione,
benché al suo stadio iniziale ed ancora incompleto. Una gamma quasi infinita di
mezzi, la predicazione esplicita, certamente, ma anche l’arte, l’approccio scientifico, la ricerca filosofica, il ricorso legittimo
ai sentimenti del cuore umano possono essere adoperati a questo scopo.
Annuncio
al mondo scristianizzato
52. Se
questo primo annuncio si rivolge specialmente a coloro, che non hanno mai
inteso la buona novella di Gesù, oppure ai fanciulli, esso si dimostra
ugualmente sempre più necessario, a causa delle situazioni di scristianizzazione frequenti ai nostri giorni, per
moltitudini di persone che l’hanno
ricevuto il battesimo ma vivono completamente al di fuori della vita cristiana,
per gente semplice che ha una certa fede ma ne conosce male i fondamenti, per
intellettuali che sentono il bisogno di conoscere Gesù Cristo in una luce
diversa dall’insegnamento ricevuto
nella loro infanzia, e per molti altri.
Le
religioni non cristiane
53. Esso si
rivolge anche a immense porzioni di umanità che praticano religioni non
cristiane, che la Chiesa rispetta e stima perché sono l’espressione viva dell’anima di vasti gruppi umani. Esse portano in sé
l’eco di millenni di
ricerca di Dio, ricerca incompleta, ma realizzata spesso con sincerità e
rettitudine di cuore. Posseggono un patrimonio impressionante di testi
profondamente religiosi. Hanno insegnato a generazioni di persone a pregare.
Sono tutte cosparse di innumerevoli "germi del Verbo" e possono
costituire una autentica "preparazione evangelica", per riprendere
una felice espressione del Concilio Vaticano II tratta da Eusebio di Cesarea.
Tale situazione suscita, certamente, questioni complesse e delicate, che
conviene studiare alla luce della tradizione cristiana e del magistero della
Chiesa per offrire ai missionari di oggi e di domani nuovi orizzonti nei loro
contatti con le religioni non cristiane.
Vogliamo
rilevare, soprattutto oggi, che né il rispetto e la stima verso queste
religioni, né la complessità dei problemi sollevati sono per la Chiesa un
invito a tacere l’annuncio
di Cristo di fronte ai non cristiani. Al contrario, essa pensa che queste
moltitudini hanno il diritto di conoscere la ricchezza del mistero di Cristo,
nella quale noi crediamo che tutta l’umanità può trovare, in una pienezza insospettabile, tutto ciò che
essa cerca a tentoni su Dio, sull’uomo e sul suo destino, sulla vita e sulla morte, sulla verità.
Anche di fronte alle espressioni religiose naturali più degne di stima, la
Chiesa si basa dunque sul fatto che la religione di Gesù, che essa annunzia
mediante l’evangelizzazione,
mette oggettivamente l’uomo
in rapporto con il piano di Dio, con la sua presenza vivente, con la sua azione;
essa fa così incontrare il mistero della paternità divina che si china sulla
umanità; in altri termini la nostra religione instaura effettivamente con Dio
un rapporto autentico e vivente, che le altre religioni non riescono a
stabilire, sebbene esse tengano, per così dire, le loro braccia tese verso il
cielo.
Per questo
la Chiesa mantiene vivo il suo slancio missionario, e vuole altresì
intensificarlo nel nostro momento storico. Essa si sente responsabile di fronte
a popoli interi. Non ha riposo fin quando non abbia fatto del suo meglio per
proclamare la buona novella di Gesù salvatore. Prepara sempre nuove generazioni
di apostoli. Lo costatiamo con gioia nel momento in cui non mancano di quelli
che pensano ed anche dicono che l’ardore e lo slancio apostolico si sono esauriti, e che l’epoca delle missioni è ormai tramontata. Il
sinodo ha risposto che l’annuncio
missionario non si inaridisce e che la Chiesa sarà sempre tesa verso il suo
adempimento.
Sostegno
della fede dei fedeli
54. Tuttavia
la Chiesa non si sente dispensata da una attenzione altrettanto infaticabile
nei confronti di coloro che hanno ricevuto la fede e che, spesso da
generazioni, sono a contatto col Vangelo. Essa cerca così di approfondire,
consolidare, nutrire, rendere sempre più matura la fede di coloro che si dicono
già fedeli e credenti, affinché lo siano maggiormente. Questa fede è quasi
sempre, oggi, posta a confronto col secolarismo, anzi con l’ateismo militante: è una fede esposta alle prove
e minacciata: di più, una fede assediata e combattuta. Essa rischia di perire
per asfissia o per inedia se non è continuamente alimentata e sostenuta.
Evangelizzare comporta dunque, molto spesso, comunicare alla fede dei credenti — particolarmente mediante una catechesi piena di
linfa evangelica e corredata da un linguaggio adatto ai tempi e alle persone
questo necessario alimento e questo sostentamento. La Chiesa cattolica ha
egualmente una viva sollecitudine per i cristiani che non sono in piena
comunione con essa: mentre prepara con loro l’unità voluta dal Cristo, e precisamente per realizzare l’unità nella verità, è consapevole che
mancherebbe gravemente al suo dovere se non testimoniasse presso di loro la
pienezza della rivelazione, di cui custodisce il deposito.
Non
credenti
55.
Significativa è anche la preoccupazione, manifestatasi nel citato sinodo, nei
riguardi delle due sfere molto differenti l’una dall’altra,
e tuttavia molto vicine per la sfida che, ciascuna a suo modo, lancia all’evangelizzazione. La prima è quella che si può
chiamare il progressivo aumento della non credenza nel mondo moderno. Il sinodo
ha cercato di descrivere questo mondo moderno: sotto questo nome generico,
quante correnti di pensiero, valori e controvalori, aspirazioni latenti o semi
di distruzione, convinzioni antiche che scompaiono e convinzioni nuove che si
impongono! Dal punto di vista spirituale, questo mondo moderno sembra
dibattersi in quello che un autore contemporaneo ha chiamato "il dramma
dell’umanesimo ateo".
Da una
parte, si è obbligati a costatare nel cuore stesso di questo mondo
contemporaneo il fenomeno che diviene quasi la sua nota più sorprendente: il
secolarismo. Noi non parliamo della secolarizzazione, che è lo sforzo in sé
giusto e legittimo, per nulla incompatibile con la fede o con la religione, di
scoprire nella creazione, in ogni cosa o in ogni evento dell’universo, le leggi che li reggono con una certa
autonomia, nell’intima convinzione che
il Creatore vi ha posto queste leggi. Il recente Concilio ha affermato, in
questo senso, la legittima autonomia della cultura e particolarmente delle
scienze. Noi vediamo qui un vero secolarismo: una concezione del mondo, nella
quale questo si spiega da sé senza che ci sia bisogno di ricorrere a Dio,
divenuto in tal modo superfluo ed ingombrante. Un simile secolarismo, per
riconoscere il potere dell’uomo,
finisce dunque col fare a meno di Dio ed anche col negarlo.
Nuove forme
di ateismo — un ateismo
antropocentrico, non più astratto e metafisico ma pragmatico, programmatico e
militante — sembrano derivarne.
In connessione con questo secolarismo ateo, ci vengono proposti tutti i giorni,
sotto le forme più svariate, la civiltà dei consumi, l’edonismo elevato a valore supremo, la volontà di
potere e di dominio, discriminazioni di ogni tipo: altrettante inclinazioni
inumane di questo umanesimo.
In questo
stesso mondo moderno d’altra
parte, paradossalmente, non si può negare l’esistenza di veri addentellati cristiani, di valori evangelici, per
lo meno sotto forma di un vuoto o di una nostalgia. Non sarebbe esagerato
parlare di una possente e tragica invocazione ad essere evangelizzato.
Non
praticanti
56. Una
seconda sfera è quella dei non praticanti, oggi un gran numero di battezzati
che, in larga misura, non hanno rinnegato formalmente il loro battesimo, ma ne
sono completamente al margine, e non lo vivono. Il fenomeno dei non praticanti
è molto antico nella storia del cristianesimo, è legato ad una debolezza
naturale, ad una profonda incoerenza che, purtroppo, ci portiamo dentro di noi.
Esso presenta tuttavia oggi delle caratteristiche nuove. Si spiega spesso
mediante gli sradicamenti tipici della nostra epoca. Nasce anche dal fatto che
i cristiani oggi vivono a fianco con i non credenti e ricevono continuamente i
contraccolpi della non credenza. D’altronde, i non praticanti contemporanei, più di quelli di altri
tempi, cercano di spiegare e di giustificare la loro posizione in nome di una
religione interiore, dell’autonomia
o dell’autenticità personali.
Atei e non
credenti da una parte, non praticanti dall’altra, oppongono dunque all’evangelizzazione resistenze non trascurabili. I primi, la
resistenza di un certo rifiuto, l’incapacità di cogliere il nuovo ordine delle cose, il nuovo senso
del mondo, della vita, della storia, che non è possibile se non si parte dall’"Assoluto", che è Dio. Gli altri, la
resistenza dell’inerzia, l’atteggiamento un po’ ostile di qualcuno che si sente di casa, che
afferma di saper tutto, di aver gustato tutto, di non credervi più.
Secolarismo
ateo e assenza di pratica religiosa si trovano presso gli adulti e presso i
giovani, presso l’élite
e nelle masse, in tutti i settori culturali, nelle antiche come nelle giovani
chiese.
L’azione evangelizzatrice della Chiesa, che non
può ignorare questi due mondi né arrestarsi di fronte ad essi, deve cercare
costantemente i mezzi e il linguaggio adeguati per proporre o riproporre loro
la rivelazione di Dio e la fede in Gesù Cristo.
Nel cuore
delle masse
57. Come
Cristo durante il tempo della sua predicazione, come i dodici al mattino della
pentecoste, anche la Chiesa vede davanti a sé una immensa folla umana che ha
bisogno del Vangelo e vi ha diritto, perché Dio "vuole che tutti gli
uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità". Conscia del
suo dovere di predicare la salvezza a tutti, sapendo che il messaggio
evangelico non è riservato a un piccolo gruppo di iniziati, di privilegiati o
di eletti ma destinato a tutti, la Chiesa fa propria l’angoscia di Cristo di fronte alle folle sbandate
e sfinite "come pecore senza pastore" e ripete spesso la sua parola:
"Sento compassione di questa folla". Ma è anche cosciente che, per l’efficacia della predicazione evangelica, nel
cuore delle masse, essa deve indirizzare il suo messaggio a comunità di fedeli,
la cui azione può e deve giungere agli altri.
Le
comunità ecclesiali di base
58. Il
recente sinodo si è molto occupato di queste piccole comunità o "comunità
di base", perché nella Chiesa d’oggi sono spesso menzionate. Che cosa sono e per quale motivo
queste sarebbero destinatarie speciali di evangelizzazione e, nello stesso
tempo, evangelizzatrici? Fiorendo un po’ dappertutto nella Chiesa, secondo le differenti testimonianze
sentite al sinodo, esse differiscono molto fra di loro, in seno alla stessa
regione e, più ancora, da una regione all’altra.
In alcune
regioni sorgono e si sviluppano, salvo eccezioni, all’interno della Chiesa, solidali con la sua vita,
nutrite del suo insegnamento, unite ai suoi pastori. In questo caso, nascono
dal bisogno di vivere ancora più intensamente la vita della Chiesa; oppure dal
desiderio e dalla ricerca di una dimensione più umana, che comunità ecclesiali
più vaste possono difficilmente offrire, soprattutto nelle metropoli urbane
contemporanee che favoriscono la vita di massa e insieme l’anonimato. Esse possono soltanto prolungare, a
modo loro, a livello spirituale e religioso — culto, approfondimento della fede, carità fraterna, preghiera,
comunione con i pastori —
la piccola comunità sociologica, villaggio o simili. Oppure esse vogliono
riunire per l’ascolto e la meditazione
della parola, per i sacramenti e il vincolo dell’agape, gruppi che l’età,
la cultura, lo stato civile o la situazione sociale rendono omogenei, coppie,
giovani, professionisti, eccetera; persone che la vita trova già riunite nella
lotta per la giustizia, per l’aiuto
fraterno ai poveri, per la promozione umana. Oppure, infine, esse radunano i
cristiani là dove la penuria dei sacerdoti non favorisce la vita normale di una
comunità parrocchiale. Tutto questo è supposto all’interno delle comunità costituite della Chiesa,
soprattutto delle chiese particolari e delle parrocchie.
In altre
regioni, al contrario, comunità di base si radunano in uno spirito di critica
acerba nei confronti della Chiesa, che esse stigmatizzano volentieri come
istituzionale e alla quale si oppongono come comunità carismatiche, libere da
strutture, ispirate soltanto al Vangelo. Esse hanno dunque come caratteristica
un evidente atteggiamento di biasimo e di rifiuto nei riguardi delle
espressioni della Chiesa: la sua gerarchia, i suoi segni. Contestano
radicalmente questa Chiesa. In tale linea, la loro ispirazione diviene molto
presto ideologica, ed è raro che non diventino quindi preda di una opzione
politica, di una corrente, quindi di un sistema, anzi di un partito, con tutto
il rischio che ciò comporta, di esserne strumentalizzate.
La
differenza è già notevole: le comunità che per il loro spirito di contestazione
si tagliano fuori dalla Chiesa, di cui d’altronde danneggiano l’unità, possono sì intitolarsi "comunità di base ", ma è questa
una designazione strettamente sociologica. Esse non potrebbero chiamarsi, senza
abuso di linguaggio, comunità ecclesiali di base, anche se, rimanendo ostili
alla gerarchia, hanno la pretesa di perseverare nell’unità della Chiesa. Questa qualifica appartiene
alle altre, a quelle che si radunano nella Chiesa per far crescere la Chiesa.
Queste
ultime comunità saranno un luogo di evangelizzazione, a beneficio delle
comunità più vaste, specialmente delle chiese particolari, e saranno una
speranza per la Chiesa universale, come abbiamo detto al termine del menzionato
sinodo, nella misura in cui:
—
cercano il loro alimento nella parola di Dio e non si lasciano imprigionare
dalla polarizzazione politica o dalle ideologie di moda, pronte sempre a
sfruttare il loro immenso potenziale umano. — evitano la tentazione sempre minacciosa della contestazione
sistematica e dello spirito ipercritico, col pretesto di autenticità e di
spirito di collaborazione;
—
restano fermamente attaccate alla Chiesa particolare, nella quale si
inseriscono, e alla Chiesa universale, evitando così il pericolo — purtroppo reale! — di isolarsi in se stesse, di credersi poi l’unica autentica Chiesa di Cristo, e quindi di
anatematizzare le altre comunità ecclesiali;
—
conservano una sincera comunione con i pastori che il Signore dà alla sua
Chiesa e col magistero, che lo Spirito del Cristo ha loro affidato;
—
non si considerano giammai come l’unico destinatario o l’unico artefice di evangelizzazione (anche l’unico depositario del Vangelo) ma, consapevoli
che la Chiesa è molto più vasta e diversificata, accettano che questa Chiesa si
incarni anche in modi diversi da quelli, che avvengono in esse;
—
crescono ogni giorno in consapevolezza, zelo, impegno, e irradiazione
missionari;
—
si mostrano in tutto universalistiche e non mai settarie.
Alle
suddette condizioni, certamente esigenti ma esaltanti, le comunità ecclesiali
di base corrisponderanno alla loro fondamentale vocazione: ascoltatrici del
Vangelo, che è ad esse annunziato, e destinatarie privilegiate dell’evangelizzazione, diverranno senza indugio
annunciatrici del Vangelo.
VI
GLI
OPERAI DELL’EVANGELIZZAZIONE
Chiesa
tutta intera missionaria
59. Se vi
sono uomini che proclamano nel mondo il Vangelo della salvezza, lo fanno per
ordine, nel nome e con la grazia del Cristo salvatore. "Come lo
annunzieranno, senza essere prima inviati?", scriveva colui che fu
indubbiamente uno dei più grandi evangelizzatori. Nessuno può esercitare tale
compito senza esservi stato inviato. Ma chi ha, dunque, la missione di
evangelizzare? Il Concilio Vaticano II ha risposto con chiarezza: alla Chiesa
"per mandato divino incombe l’obbligo di andare nel mondo universo a predicare il Vangelo ad ogni
creatura". E in un altro testo: "Tutta la Chiesa è missionaria, e l’opera evangelizzatrice è un dovere fondamentale
del popolo di Dio...". Abbiamo già accennato a questo intimo legame tra
Chiesa ed evangelizzazione. Quando la Chiesa annunzia il Regno di Dio e lo
edifica, essa stessa affonda le radici nel cuore del mondo come segno e
strumento di questo Regno che è presente e che viene. Il Concilio ha riportato
questa espressione molto significativa di sant’Agostino sull’attività
missionaria dei dodici: "Generarono le chiese predicando la parola di
verità".
Un atto
ecclesiale
60. La
constatazione che la Chiesa è inviata e destinata all’evangelizzazione, dovrebbe suscitare in noi due
convinzioni. La prima: evangelizzare non è mai per nessuno un atto individuale
e isolato, ma profondamente ecclesiale. Allorché il più sconosciuto
predicatore, catechista o pastore, nel luogo più remoto, predica il Vangelo,
raduna la sua piccola comunità o amministra un sacramento, anche se si trova
solo compie un atto di Chiesa, e il suo gesto è certamente collegato mediante
rapporti istituzionali, ma anche mediante vincoli invisibili e radici profonde
dell’ordine della grazia,
all’attività
evangelizzatrice di tutta la Chiesa. Ciò presuppone che egli agisca non per una
missione arrogatasi, né in forza di un’ispirazione personale, ma in unione con la missione della Chiesa e
in nome di essa.
Come
conseguenza, la seconda convinzione: se ciascuno evangelizza in nome della
Chiesa, la quale a sua volta lo fa in virtù di un mandato del Signore, nessun
evangelizzatore è padrone assoluto della propria azione evangelizzatrice, con
potere discrezionale di svolgerla secondo criteri e prospettive
individualistiche, ma deve farlo in comunione con la Chiesa e con i suoi
pastori. La Chiesa, l’abbiamo
già rilevato, è tutta intera evangelizzatrice. Ciò significa che, per il mondo
nel suo insieme e per ogni singola parte del mondo ove si trovi, la Chiesa si
sente responsabile del compito di diffondere il Vangelo.
La
prospettiva della Chiesa universale
6l. A questo
punto della nostra riflessione sostiamo con voi fratelli e figli, su d’una questione oggi particolarmente importante. I
primi cristiani esprimevano volentieri — nella celebrazione liturgica, nella loro testimonianza davanti ai
giudici e ai carnefici, nei loro testi apologetici — una fede profonda nella Chiesa, indicandola
come diffusa in tutto l’universo.
Avevano pienamente coscienza di appartenere ad una grande comunità che né lo
spazio né il tempo potrebbero limitare: "Dal giusto Abele fino all’ultimo eletto", "fino agli estremi
confini della terra", "fino alla fine del mondo". Così il
Signore ha voluto la sua Chiesa: universale, grande albero tra i cui rami si
annidano gli uccelli del cielo, rete che raccoglie ogni sorta di pesci o che
Pietro trae a riva piena di centocinquantatrè grossi
pesci, gregge portato al pascolo da un solo pastore. Chiesa universale senza
confini né frontiere eccetto, purtroppo, quelle del cuore e dello spirito del
peccatore.
La
prospettiva della Chiesa particolare
62. Tuttavia
questa Chiesa universale si incarna di fatto nelle chiese particolari,
costituite a loro volta dall’una
o dall’altra concreta
porzione di umanità, che parlano una data lingua, che sono tributarie di un
loro retaggio culturale, di un determinato sostrato umano. L’apertura alle ricchezze della Chiesa particolare
risponde ad una specifica sensibilità dell’uomo contemporaneo.
Ma dobbiamo
ben guardarci dal concepire la Chiesa universale come la somma o, se così si
può dire, la federazione più o meno eteroclita di chiese particolari
essenzialmente diverse. Secondo il pensiero del Signore, è la stessa Chiesa
che, essendo universale per vocazione e per missione, quando getta le sue
radici nella varietà dei terreni culturali, sociali, umani, assume in ogni
parte del mondo fisionomie ed espressioni esteriori diverse.
In tal modo
ogni Chiesa particolare, che si separasse volontariamente dalla Chiesa
universale, perderebbe il suo riferimento al disegno di Dio, si impoverirebbe
nella sua dimensione ecclesiale. D’altra parte, la Chiesa diffusa in tutto il mondo diventerebbe un’astrazione se non prendesse corpo e vita
precisamente attraverso le chiese particolari.
Solo una
permanente attenzione ai due poli della Chiesa ci consentirà di percepire la
ricchezza di questo rapporto tra Chiesa universale e chiese particolari.
Adattamento
e fedeltà del linguaggio
63. Le
chiese particolari profondamente amalgamate non solo con le persone, ma anche
con le aspirazioni, le ricchezze e i limiti, i modi di pregare, di amare, di
considerare la vita e il mondo, che contrassegnano un determinato ambito umano,
hanno il compito di assimilare l’essenziale
del messaggio evangelico, di trasfonderlo, senza la minima alterazione delle
sua verità fondamentale, nel linguaggio compreso da questi uomini e quindi di
annunziarlo nel medesimo linguaggio. La trasposizione dev’essere fatta — con il discernimento, la serietà, il rispetto e
la competenza che la materia esige — nel campo delle espressioni liturgiche, della catechesi, della
formulazione teologica, delle strutture ecclesiali secondarie, dei ministeri. E
il termine linguaggio dev’essere
qui inteso meno nel senso semantico o letterario che in quello che si può
chiamare antropologico e culturale.
La questione
è indubbiamente delicata. La evangelizzazione perde molto della sua forza e
della sua efficacia se non tiene in considerazione il popolo concreto al quale
si rivolge, se non utilizza la sua lingua, i suoi segni e simboli, se non
risponde ai problemi da esso posti, se non interessa la sua vita reale. Ma d’altra parte l’evangelizzazione rischia di perdere la propria anima e di svanire,
se il suo contenuto resta svuotato o snaturato col pretesto di tradurlo o se,
volendo adattare una realtà universale ad uno spazio locale, si sacrifica
questa realtà e si distrugge l’unità
senza la quale non c’è
universalità. Orbene, soltanto una Chiesa che conservi la consapevolezza della
propria universalità e che dimostri di essere effettivamente universale, può
avere un messaggio da tutti comprensibile, al di là dei confini regionali. Del
resto una legittima attenzione alle chiese particolari non può che arricchire
la Chiesa. È anzi indispensabile e urgente.
Corrisponde
alle aspirazioni più profonde dei popoli e delle comunità umane di scoprire
sempre maggiormente la propria fisionomia.
Apertura
alla Chiesa universale
64. Ma
questo arricchimento esige che le chiese particolari si conservino
profondamente aperte verso la Chiesa universale. Bisogna ben rilevare, del
resto, che i cristiani più semplici, più fedeli al Vangelo, più aperti al senso
vero della Chiesa, hanno una spontanea sensibilità circa questa dimensione
universale, ne sentono istintivamente e molto fortemente il bisogno, si
riconoscono facilmente in essa, vibrano all’unisono con essa e soffrono nel più intimo di se stessi quando, in
nome di teorie che non comprendono, li si vuole comprimere in una Chiesa priva
di questa universalità, Chiesa regionalista, senza orizzonte.
D’altronde, come la storia ben dimostra, ogni
volta che l’una o l’altra Chiesa particolare, pur con le migliori
intenzioni, con argomenti teologici, sociologici, politici o pastorali, o anche
nel desiderio d’una certa libertà di
movimento e d’azione, si è tagliata
fuori dalla Chiesa universale e dal suo centro vitale e visibile, molto
difficilmente è sfuggita (quando vi è sfuggita) a due pericoli ugualmente
gravi: da una parte il pericolo dell’isolazionismo disseccante, e in seguito, in breve tempo, del
disgregamento, poiché ciascuna delle sue cellule si separava da essa, com’essa s’era separata dal nucleo centrale; e d’altra parte, il pericolo di perdere la propria libertà quando,
staccata dal centro e dalle altre chiese che le comunicavano forza ed energia,
si è trovata, essendo sola, in preda alle forze più diverse di asservimento e
di sfruttamento.
Quanto più
una Chiesa particolare è unita con solidi legami di comunione alla Chiesa
universale — nella carità e nella
fedeltà, nell’apertura al magistero
di Pietro, nell’unità della
"norma del pregare" che è anche "norma del credere", nella
sollecitudine dell’unità
con tutte le altre chiese che costituiscono l’universalità —
tanto più questa stessa Chiesa sarà capace di tradurre il tesoro della fede
nella legittima varietà delle espressioni della professione di fede, della
preghiera e del culto, della vita e del comportamento cristiani, dell’influsso spirituale del popolo nel quale è
inserita; tanto più, ancora, essa sarà veramente evangelizzatrice, cioè capace
di attingere nel patrimonio universale a profitto del suo popolo, come pure di
comunicare alla Chiesa universale l’esperienza e la vita dello stesso popolo, a beneficio di tutti.
L’inalterabile deposito della fede
65.
Precisamente in questo senso abbiamo voluto dire, alla chiusura della terza
assemblea generale del sinodo, una parola chiara e piena di paterno affetto,
insistendo sul ruolo del successore di Pietro come principio visibile, vivente
e dinamico dell’unità fra le chiese, e
quindi dell’universalità dell’unica Chiesa. Insistevamo anche sulla grave
responsabilità che ci incombe, ma che condividiamo con i nostri fratelli nell’episcopato, di conservare inalterabile il
contenuto della fede cattolica, che il Signore ha affidato agli apostoli: anche
se tradotto in tutti i linguaggi, questo contenuto non dev’essere né intaccato né
mutilato; pur se rivestito dei simboli propri di ciascun popolo, esplicitato
mediante formulazioni teologiche che tengano conto degli ambienti culturali,
sociali e anche razziali diversi, deve restare il contenuto della fede
cattolica, quale il magistero ecclesiale l’ha ricevuto e lo trasmette.
Compiti
diversificati
66. Tutta la
Chiesa è dunque chiamata ad evangelizzare, e tuttavia vi sono da adempiere
attività tra loro differenti nel suo ambito di evangelizzazione. Questa
diversità di servizi nell’unità
della stessa missione costituisce la ricchezza e la bellezza dell’evangelizzazione. Ricordiamo brevemente questi
compiti. Prima di tutto ci sia permesso di segnalare l’insistenza con la quale il Signore, nelle pagine
del Vangelo, affida agli apostoli la funzione di annunziare la parola. Egli li
ha scelti, li ha formati durante diversi anni di familiarità, li ha costituiti
e mandati come testimoni e maestri autorizzati del messaggio della salvezza. E
i dodici hanno a loro volta inviato i loro successori, i quali continuano a
predicare la buona novella sulla linea apostolica.
Il
successore di Pietro
67. Così il
successore di Pietro è investito, per volontà di Cristo, del ministero
preminente di insegnare la verità rivelata. Il nuovo testamento mostra spesso
Pietro "pieno di Spirito Santo" che prende la parola a nome di tutti.
Per questo san Leone magno parla di Pietro come di colui che ha meritato il
primato dell’apostolato. Per
questo, inoltre, la voce della Chiesa presenta il papa "al vertice più
alto — alla sommità, al
posto di vedetta —
dell’apostolato". Il
Concilio Vaticano II ha voluto ribadirlo dichiarando che "il comando di
Cristo di predicare il Vangelo ad ogni creatura (cf. Mc 16,15), riguarda innanzitutto e immediatamente proprio i
vescovi, insieme con Pietro e sotto la guida di Pietro". La potestà piena,
suprema e universale che Cristo ha conferito al suo vicario per il governo
pastorale della Chiesa, consiste dunque specialmente nell’attività, esercitata dal papa, di predicare e di
far predicare la buona novella della salvezza.
Vescovi e
sacerdoti
68. Uniti al
successore di Pietro, i vescovi, successori degli apostoli, ricevono in forza
dell’ordinazione
episcopale, l’autorità per insegnare
nella Chiesa la verità rivelata. Essi sono i maestri della fede. Ai vescovi
sono associati nel ministero dell’evangelizzazione, come responsabili a titolo speciale, coloro che
mediante l’ordinazione
sacerdotale "agiscono in persona di Cristo", in quanto educatori del
popolo di Dio nella fede, predicatori, fungendo in pari tempo da ministri dell’eucaristia e degli altri sacramenti. Pertanto
tutti noi pastori siamo invitati, più di qualunque altro membro della Chiesa, a
prendere coscienza di questo dovere. Ciò che costituisce la singolarità del
nostro servizio sacerdotale, ciò che dà un’unità profonda alle mille occupazioni che ci sollecitano durante
tutto il corso della nostra vita, ciò che conferisce alle nostre attività una
nota specifica, è questa finalità presente in ogni nostra azione:
"Annunziare il Vangelo di Dio".
Ecco un
tratto della nostra identità che nessun dubbio dovrebbe mai incrinare, nessuna
obiezione mai eclissare: come pastori, siamo stati scelti dalla misericordia
del sovrano Pastore nonostante la nostra insufficienza per proclamare con
autorità la parola di Dio, per radunare il popolo di Dio che era — disperso, per nutrire questo popolo con i segni
dell’azione di Cristo, che
sono i sacramenti, per condurlo sulla via della salvezza, per conservarlo in
quella unità di cui noi stessi siamo, a differenti livelli, strumenti attivi e
vitali, per animare incessantemente questa comunità raccolta attorno al Cristo
secondo la sua più intima vocazione. E quando, nella misura dei nostri limiti
umani e secondo la grazia di Dio, adempiamo tutto questo, noi realizziamo un’opera di evangelizzazione: noi come pastore
della Chiesa universale, i nostri fratelli nell’episcopato alla guida delle chiese particolari, i sacerdoti e i
diaconi uniti con i propri vescovi, di cui sono collaboratori, mediante una
comunione che ha la sua sorgente nel sacramento dell’ordine sacro e nella carità della Chiesa.
Religiosi
69. I
religiosi, a loro volta, trovano nella vita consacrata un mezzo privilegiato
per una evangelizzazione efficace. Con la stessa intima natura del loro essere
si collocano nel dinamismo della Chiesa, assetata dell’Assoluto, che è Dio, chiamata alla santità. Di
questa santità essi sono testimoni. Incarnano la Chiesa in quanto desiderosa di
abbandonarsi al radicalismo delle beatitudini. Con la loro vita sono il segno
della totale disponibilità verso Dio, verso la Chiesa, verso i fratelli. In
questo essi rivestono un’importanza
speciale nel contesto di una testimonianza che, come abbiamo affermato, è
primordiale nell’evangelizzazione.
Questa silenziosa testimonianza di povertà e di distacco, di purezza e di
trasparenza, di abbandono nell’ubbidienza,
può diventare, oltre che una provocazione al mondo e alla Chiesa stessa, anche
una predicazione eloquente, capace di impressionare anche i non cristiani di
buona volontà, sensibili a certi valori.
In questa
prospettiva, si intuisce il ruolo svolto nell’evangelizzazione da religiosi e religiose consacrati alla
preghiera, al silenzio, alla penitenza, al sacrificio. Altri religiosi, in
grandissimo numero, si dedicano direttamente all’annuncio del Cristo. La loro azione missionaria dipende evidentemente
dalla gerarchia e deve essere coordinata con la pastorale che questa vuol
mettere in opera. Ma chi non considera l’apporto immenso che essi hanno dato e che continuano a dare all’evangelizzazione? Grazie alla loro consacrazione
religiosa, essi sono per eccellenza volontari e liberi per lasciare tutto e per
andare ad annunziare il Vangelo fino ai confini del mondo. Essi sono
intraprendenti, e il loro apostolato è spesso contrassegnato da una
originalità, una genialità che costringono all’ammirazione. Sono generosi: li si trova spesso agli avamposti della
missione, ed assumono i più grandi rischi per la loro salute e per la loro
stessa vita. Sì, veramente, la Chiesa deve loro molto.
Laici
70. I laici,
che la loro vocazione specifica pone in mezzo al mondo e alla guida dei più
svariati compiti temporali, devono esercitare con ciò stesso una forma
singolare di evangelizzazione. Il loro compito primario e immediato non è l’istituzione e lo sviluppo della comunità
ecclesiale — che è il ruolo
specifico dei pastori —
ma è la messa in atto di tutte le possibilità cristiane ed evangeliche
nascoste, ma già presenti e operanti nelle realtà del mondo. Il campo proprio
della loro attività evangelizzatrice è il mondo vasto e complicato della
politica, della realtà sociale, dell’economia; così pure della cultura, delle scienze e delle arti,
della vita internazionale, degli strumenti della comunicazione sociale; ed
anche di altre realtà particolarmente aperte all’evangelizzazione, quali l’amore, la famiglia, l’educazione dei bambini e degli adolescenti, il lavoro
professionale, la sofferenza. Più ci saranno laici penetrati di spirito
evangelico, responsabili di queste realtà ed esplicitamente impegnati in esse,
competenti nel promuoverle e consapevoli di dover sviluppare tutta la loro
capacità cristiana spesso tenuta nascosta e soffocata, tanto più queste realtà,
senza nulla perdere né sacrificare del loro coefficiente umano, ma manifestando
una dimensione trascendente spesso sconosciuta, si troveranno al servizio dell’edificazione del Regno di Dio, e quindi della
salvezza in Gesù Cristo.
Famiglia
7l. Nell’ambito dell’apostolato di evangelizzazione proprio dei laici, è impossibile non
rilevare l’azione
evangelizzatrice della famiglia. Essa ha ben meritato, nei diversi momenti
della storia della Chiesa, la bella definizione di "Chiesa
domestica", sancita dal Concilio Vaticano II. Ciò significa che, in ogni
famiglia cristiana, dovrebbero riscontrarsi i diversi aspetti della Chiesa
intera. Inoltre la famiglia, come la Chiesa, deve essere uno spazio in cui il
Vangelo è trasmesso e da cui il Vangelo si irradia.
Dunque nell’intimo di una famiglia cosciente di questa
missione, tutti i componenti evangelizzano e sono evangelizzati. I genitori non
soltanto comunicano ai figli il Vangelo, ma possono ricevere da loro lo stesso
Vangelo profondamente vissuto. E una simile famiglia diventa evangelizzatrice
di molte altre famiglie e dell’ambiente
nel quale è inserita. Anche le famiglie sorte da un matrimonio misto hanno il
dovere di annunziare Cristo alla prole nella pienezza delle implicazioni del
comune battesimo; esse hanno inoltre il non facile compito di rendersi artefici
di unità.
Giovani
72. Le
circostanze ci invitano a rivolgere un’attenzione tutta speciale ai giovani. Il loro aumento numerico e la
loro presenza crescente nella società, i problemi che li assillano devono
risvegliare in tutti la preoccupazione di offrire loro, con zelo e con
intelligenza, l’ideale evangelico da
conoscere e da vivere. Ma d’altra
parte occorre che i giovani, ben formati nella fede e nella preghiera,
diventino sempre più gli apostoli della gioventù. La Chiesa fa molto
affidamento sul loro apporto e noi stessi, a diverse riprese, abbiamo
manifestato la nostra piena fiducia verso di essi.
Ministeri
diversificati
73. Così
acquista tutta la sua importanza la presenza attiva dei laici nelle realtà
temporali. Non bisogna tuttavia trascurare o dimenticare l’altra dimensione: i laici possono anche sentirsi
chiamati o essere chiamati a collaborare con i loro pastori nel servizio della
comunità ecclesiale, per la crescita e la vitalità della medesima, esercitando
ministeri diversissimi, secondo la grazia e i carismi che il Signore vorrà loro
dispensare.
Non senza
provare nel nostro intimo una grande gioia osserviamo una legione di pastori,
di religiosi e di laici i quali, appassionati della loro missione
evangelizzatrice, cercano modi sempre più adatti di annunziare efficacemente il
Vangelo. Noi incoraggiamo l’apertura
che, in questa linea e con questa sollecitudine, la Chiesa sta oggi
realizzando. Innanzitutto apertura alla riflessione, poi a ministeri
ecclesiastici capaci di ringiovanire e di rafforzare il suo dinamismo
evangelizzatore.
Certamente,
accanto ai ministeri ordinati, grazie ai quali alcuni sono annoverati tra i
pastori e si consacrano in maniera particolare al servizio della comunità, la
Chiesa riconosce il ruolo di ministeri non ordinati ma adatti ad assicurare
speciali servizi della Chiesa stessa.
Uno sguardo
alle origini della Chiesa è molto illuminante e permette di usufruire di un’antica prassi tanto più valida in quanto ha
permesso alla Chiesa di consolidarsi, di crescere, e di espandersi. Ma questa
attenzione alle fonti dev’essere
completata da quella dovuta alle necessità presenti dell’umanità e della Chiesa. Dissetarsi a queste
sorgenti sempre ispiratrici, nulla sacrificare di questi valori e sapersi
adattare alle esigenze e ai bisogni attuali: queste sono le linee maestre che
permetteranno di ricercare con saggezza e di valorizzare i ministeri, di cui la
Chiesa ha bisogno e che molti suoi membri saranno lieti di abbracciare per la
maggior vitalità della comunità ecclesiale. Questi ministeri avranno un
autentico valore pastorale nella misura in cui si stabiliranno nell’assoluto rispetto della unità, attenendosi all’orientamento dato dai pastori, che sono appunto
i responsabili e gli artefici dell’unità della Chiesa.
Tali
ministeri, nuovi in apparenza ma molto legati ad esperienze vissute dalla
Chiesa nel corso della sua esistenza, — per esempio quelli di catechista, di animatori della preghiera e
del canto, di cristiani dedicati al servizio della parola di Dio o all’assistenza dei fratelli bisognosi, quelli infine
dei capi di piccole comunità, dei responsabili di movimenti apostolici, o di
altri responsabili —
sono preziosi per l’impianto,
la vita e la crescita della Chiesa e per una capacità di irradiazione intorno a
se stessa e verso coloro che sono lontani. Noi dobbiamo anche la nostra
particolare stima a tutti i laici che accettano di consacrare una parte del
loro tempo, delle loro energie, e talvolta la loro vita intera, al servizio
delle missioni.
Per tutti
gli operai dell’evangelizzazione è
necessaria una seria preparazione. Lo è ancor più per coloro che si dedicano al
ministero della parola. Animati dalla convinzione continuamente approfondita
della grandezza e della ricchezza della parola di Dio, quelli che hanno il
compito di trasmetterla devono manifestare la più grande attenzione alla
dignità, alla precisione, all’adattamento
del loro linguaggio. Tutti sanno che l’arte di parlare ha oggi grandissima importanza. Come potrebbero
trascurarla i predicatori e i catechisti? Noi auspichiamo vivamente che, in
ciascuna Chiesa particolare, i vescovi vigilino alla formazione adeguata di
tutti i ministri della parola. Questa seria preparazione accrescerà in questi
la sicurezza indispensabile ma anche l’entusiasmo per annunziare Gesù Cristo oggi.
VII
LO
SPIRITO DELL’EVANGELIZZAZIONE
74. Non
vorremmo terminare questo colloquio con i nostri fratelli e figli amatissimi,
senza un pressante appello riguardante le attitudini interiori che devono
animare gli operatori dell’evangelizzazione.
Nel nome del Signore Gesù Cristo, e nel nome degli apostoli Pietro e Paolo, noi
esortiamo tutti coloro che, grazie ai carismi dello Spirito Santo e al mandato
della Chiesa, sono veri evangelizzatori, ad essere degni di questa vocazione,
ad esercitarla senza le reticenze del dubbio e della paura, a non trascurare le
condizioni che renderanno tale evangelizzazione non soltanto possibile ma anche
attiva e fruttuosa. Ecco le condizioni fondamentali che, fra molte altre, noi
desideriamo mettere in rilievo.
Al soffio
dello Spirito Santo
75. L’evangelizzazione non sarà mai possibile senza l’azione dello Spirito Santo. Su Gesù di Nazaret, lo Spirito discende nel momento del battesimo,
quando la voce del Padre —
"Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto" — manifesta in modo sensibile la sua elezione e
la sua missione. "Condotto dallo Spirito" egli vive nel deserto la
lotta decisiva e la prova suprema prima di iniziare tale missione. "Con la
potenza dello Spirito" egli ritorna in Galilea, e a Nazaret
dà inizio alla sua predicazione, applicando a se stesso il brano di Isaia:
"Lo Spirito del Signore è sopra di me". "Oggi — egli proclama — si è adempiuta questa Scrittura". Ai discepoli, quando è sul
punto di inviarli, dice alitando su di loro: "Ricevete lo Spirito
Santo". Di fatto, soltanto dopo la discesa dello Spirito Santo, nel giorno
della pentecoste, gli apostoli partono verso tutte le direzioni del mondo per
cominciare la grande opera di evangelizzazione della Chiesa, e Pietro spiega l’evento come idealizzazione della profezia di
Gioele: "Io effonderò il mio Spirito". Pietro è ricolmato di Spirito
Santo per parlare al popolo su Gesù, Figlio di Dio. Paolo, a sua volta, è
riempito di Spirito Santo prima di dedicarsi al suo ministero apostolico, come
pure lo è Stefano quando è scelto per esercitare la diaconia, e più tardi per
la testimonianza del martirio. Lo stesso Spirito che fa parlare Pietro, Paolo o
i dodici apostoli, ispirando loro le parole da dire, discende anche "sopra
coloro che ascoltavano il discorso".
"Colma
del conforto dello Spirito Santo", la Chiesa cresce. Lo Spirito è l’anima di questa Chiesa. È lui che spiega ai
fedeli il significato profondo dell’insegnamento di Gesù e del suo mistero. E lui che, oggi come agli
inizi della Chiesa, opera in ogni evangelizzatore che si lasci possedere e
condurre da lui, che gli suggerisce le parole che da solo non saprebbe trovare,
predisponendo nello stesso tempo l’animo di chi ascolta perché sia aperto ad accogliere la buona
novella e il Regno annunziato. Le tecniche dell’evangelizzazione sono buone, ma neppure le più perfette tra di esse
potrebbero sostituire l’azione
discreta dello Spirito. Anche la preparazione più raffinata dell’evangelizzatore, non opera nulla senza di lui.
Senza di lui la dialettica più convincente è impotente sullo Spirito degli
uomini. Senza di lui, i più elaborati schemi a base sociologica, o psicologica,
si rivelano vuoti e privi di valore.
Noi stiamo
vivendo nella Chiesa un momento privilegiato dello Spirito. Si cerca da per
tutto di conoscerlo meglio, quale è rivelato dalle sacre scritture. Si è felici
di porsi sotto la sua mozione. Ci si raccoglie attorno a lui e ci si vuol
lasciar guidare da lui. Ebbene, se lo Spirito di Dio ha un posto eminente in
tutta la vita della Chiesa, egli agisce soprattutto nella missione
evangelizzatrice: non a caso il grande inizio dell’evangelizzazione avvenne il mattino di
pentecoste, sotto il soffio dello Spirito. Si può dire che lo Spirito Santo è l’agente principale dell’evangelizzazione: è lui che spinge ad annunziare
il Vangelo e che nell’intimo
delle coscienze fa accogliere e comprendere la parola della salvezza. Ma si può
parimenti dire che egli è il termine dell’evangelizzazione: egli solo suscita la nuova creazione, l’umanità nuova a cui l’evangelizzazione deve mirare, con quella unità
nella varietà che l’evangelizzazione
tende a provocare nella comunità cristiana. Per mezzo di lui il Vangelo penetra
nel cuore del mondo, perché egli guida al discernimento dei segni dei tempi — segni di Dio — che l’evangelizzazione
discopre e mette in valore nella storia.
Il Sinodo
dei Vescovi del 1974, che ha molto insistito sul ruolo dello Spirito Santo nell’evangelizzazione, ha espresso anche il voto che
pastori e teologi —
e noi aggiungeremo anche i fedeli, segnati dal sigillo dello Spirito per mezzo
del battesimo — studino meglio la
natura e il modo di agire dello Spirito Santo nell’odierna evangelizzazione. Facciamo nostro questo
voto, mentre esortiamo in pari tempo gli evangelizzatori — chiunque essi siano — a pregare incessantemente lo Spirito Santo con
fede e fervore, e a lasciarsi prudentemente guidare da lui quale ispiratore
decisivo dei loro programmi, delle loro iniziative, della loro attività
evangelizzatrice.
Testimoni
autentici
76.
Consideriamo ora la persona stessa degli evangelizzatori. Si ripete spesso,
oggi, che il nostro secolo ha sete di autenticità. Soprattutto a proposito dei
giovani, si afferma che hanno orrore del fittizio, del falso, e ricercano sopra
ogni cosa la verità e la trasparenza. Questi segni dei tempi dovrebbero
trovarci all’erta. Tacitamente o
con alte grida, ma sempre con forza, ci domandano: Credete veramente a quello
che annunziate? Vivete quello che credete? Predicate veramente quello che
vivete? La testimonianza della vita è divenuta più che mai una condizione
essenziale per l’efficacia
profonda della predicazione. Per questo motivo, eccoci
responsabili, fino ad un certo punto, della riuscita del Vangelo che
proclamiamo. "Che ne è della Chiesa a dieci anni dalla fine del
Concilio?", ci domandavamo all’inizio di questa meditazione. È veramente radicata nel cuore del
mondo, e tuttavia abbastanza libera e indipendente per interpellare il mondo?
Rende testimonianza della propria solidarietà verso gli uomini, e nello stesso
tempo verso l’assoluto di Dio? È più
ardente nella contemplazione e nell’adorazione, e in pari tempo più zelante nell’azione missionaria, caritativa, di liberazione?
È sempre più impegnata nello sforzo di ricercare il ristabilimento della piena
unità dei cristiani, che rende più efficace la testimonianza comune
"affinché il mondo creda"? Siamo tutti responsabili delle risposte
che si potrebbero dare a questi interrogativi.
Noi
esortiamo dunque i nostri fratelli nell’episcopato, posti dallo Spirito Santo a governare la Chiesa.
Esortiamo i sacerdoti e i diaconi, collaboratori dei vescovi nel radunare il
popolo di Dio e nell’animazione
spirituale delle comunità locali. Esortiamo i religiosi, testimoni d’una Chiesa chiamata alla santità, e quindi
partecipi essi stessi di una vita che esprime le beatitudini evangeliche.
Esortiamo i laici: famiglie cristiane, giovani e adulti, quanti esercitano un
mestiere, i dirigenti, senza dimenticare i poveri spesso ricchi di fede e di
speranza, tutti i laici consapevoli del loro ruolo di evangelizzazione al
servizio della Chiesa o in mezzo alla società e al mondo. Lo diciamo a tutti:
bisogna che il nostro zelo per l’evangelizzazione
scaturisca da una vera santità di vita, e che la predicazione, alimentata dalla
preghiera e soprattutto dall’amore
all’eucaristia, a sua
volta — come ci ricorda il
Concilio Vaticano II —
faccia crescere in santità colui che predica. Il mondo, che nonostante
innumerevoli segni di rifiuto di Dio, paradossalmente lo cerca attraverso vie
inaspettate e ne sente dolorosamente il bisogno, reclama evangelizzatori che
gli parlino di un Dio, che essi conoscano e che sia a loro familiare, come se
vedessero l’Invisibile. Il mondo
esige e si aspetta da noi semplicità di vita, spirito di preghiera, carità
verso tutti e specialmente verso i piccoli e i poveri, ubbidienza e umiltà,
distacco da noi stessi e rinuncia. Senza questo contrassegno di santità, la
nostra parola difficilmente si aprirà la strada nel cuore dell’uomo del nostro tempo, ma rischia di essere vana
e infeconda.
Artefici
di unità
77. La forza
dell’evangelizzazione
risulterà molto diminuita se coloro che annunziano il Vangelo sono divisi tra
di loro da tante specie di rottura. Non starebbe forse qui uno dei grandi
malesseri dell’evangelizzazione oggi?
Infatti, se il Vangelo che proclamiamo appare lacerato da discussioni
dottrinali, da polarizzazioni ideologiche o da condanne reciproche tra
cristiani in balìa delle loro diverse teorie sul
Cristo e sulla Chiesa, ed anche a causa delle loro diverse concezioni sulla
società e le istituzioni umane, come potrebbero coloro a cui è rivolta la
nostra predicazione non sentirsene turbati, disorientati, se non addirittura
scandalizzati? Il testamento spirituale del Signore ci dice che l’unità tra i suoi seguaci non è soltanto la prova
che noi siamo suoi, ma anche che egli è l’inviato del Padre, criterio di credibilità dei cristiani e del
Cristo medesimo. In quanto evangelizzatori, noi dobbiamo offrire ai fedeli di
Cristo l’immagine non di uomini
divisi e separati da litigi che non edificano affatto, ma di persone mature
nella fede, capaci di ritrovarsi insieme al di sopra delle tensioni concrete,
grazie alla ricerca comune, sincera e disinteressata della verità.
Sì, la sorte
dell’evangelizzazione è
certamente legata alla testimonianza di unità data dalla Chiesa. È questo un
motivo di responsabilità ma anche di conforto.
A questo
punto vogliamo sottolineare il segno dell’unità tra tutti i cristiani come via e strumento di
evangelizzazione. La divisione dei cristiani è un grave stato di fatto che
perviene ad intaccare la stessa opera di Cristo. Il Concilio Vaticano II
afferma con lucidità e fermezza che essa "è di grave pregiudizio alla
santa causa della predicazione del Vangelo a tutti gli uomini e impedisce a
molti di abbracciare la fede". Per questo, nell’indire l’anno santo abbiamo creduto necessario ricordare a tutti i fedeli
del mondo cattolico che "la riconciliazione di tutti gli uomini con Dio,
nostro Padre, dipende dal ristabilimento della comunione di coloro che già
hanno riconosciuto ed accolto nella fede Gesù Cristo come il Signore della
misericordia che libera gli uomini e li unisce nello Spirito di amore e di
verità". È con grande speranza che noi guardiamo agli sforzi che si fanno
nel mondo cristiano per tale ristabilimento della piena unità voluta da Cristo.
San Paolo ce ne assicura: "la speranza non delude". Mentre lavoriamo ancora
per ottenere dal Signore la piena unità, vogliamo intensificata la preghiera.
Inoltre facciamo nostro il voto dei padri della terza assemblea generale del
Sinodo dei Vescovi, che si collabori con maggiore impegno con i fratelli
cristiani, basandoci sul fondamento del battesimo e sul patrimonio di fede che
ci è comune, per rendere sin d’ora,
nella stessa opera di evangelizzazione, una più larga testimonianza comune a
Cristo di fronte al mondo. Ci spinge a ciò il comando di Cristo, lo richiede il
dovere di predicare e di rendere testimonianza al Vangelo.
Servitori
della verità
78. Il
Vangelo che ci è stato affidato è anche parola di verità. Una verità che rende
liberi e che sola può donare la pace del cuore: questo cercano gli uomini
quando annunziamo loro la buona novella. Verità su Dio, verità sull’uomo e sul suo destino misterioso, verità sul
mondo. Verità difficile che ricerchiamo nella parola di Dio ma di cui non
siamo, lo ripetiamo, né padroni né arbitri, ma i depositari, gli araldi, i
servitori. Da ogni evangelizzatore ci si attende che abbia il culto della
verità, tanto più che la verità da lui approfondita e comunicata è la verità
rivelata e quindi —
più d’ogni altra — parte della verità primordiale, che è Dio
stesso. Il predicatore del Vangelo sarà dunque colui che, anche a prezzo della
rinuncia personale e della sofferenza, ricerca sempre la verità che deve
trasmettere agli altri Egli non tradisce né dissimula mai la verità per piacere
agli uomini, per stupire o sbalordire, né per originalità o desiderio di
mettersi in mostra. Egli non rifiuta la verità; non offusca la verità rivelata
per pigrizia nel ricercarla, per comodità o per paura. Non trascura di
studiarla; la serve generosamente senza asservirla.
In quanto
pastori del popolo fedele, il nostro servizio pastorale ci sprona a custodire,
difendere e comunicare la verità senza badare a sacrifici. Numerosi eminenti e
santi pastori ci hanno lasciato l’esempio di questo amore — in molti casi eroico — della verità. Il Dio di verità attende che noi ne siamo i
difensori vigilanti e i predicatori devoti. Quanti siete dottori, teologi,
esegeti, studiosi di storia: l’opera
di evangelizzazione ha bisogno del vostro indefesso lavoro di ricerca, nonché
della vostra attenzione e delicatezza nella trasmissione della verità a cui i
vostri studi vi avvicinano, ma che è sempre più grande del cuore dell’uomo, perché è la verità stessa di Dio. Genitori
e maestri, il vostro compito —
che i molteplici conflitti attuali non rendono certo facile — consiste nell’aiutare i vostri alunni nella scoperta della verità, compresa la
verità religiosa e spirituale.
Animati
dall’amore
79. L’opera dell’evangelizzazione suppone nell’evangelizzatore un amore fraterno sempre crescente verso coloro che
egli evangelizza. L’apostolo
Paolo, modello di ogni evangelizzatore, scriveva ai tessalonicesi
queste parole, che sono un programma per tutti noi: Così affezionati a voi,
avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita,
perché ci siete diventati cari. Quale è questa affezione? Ben più di quella di
un pedagogo, essa è quella di un padre; e ancor più: quella di una madre. Il
Signore attende da ciascun predicatore del Vangelo e da ogni costruttore della
Chiesa tale affezione. Un segno d’amore sarà la cura di donare la verità e di introdurre nell’unità. Un segno d’amore sarà parimenti dedicarsi senza riserve, né sotterfugi, all’annuncio di Gesù Cristo.
Aggiungiamo
qualche altro segno di questo amore. Il primo è il rispetto della situazione
religiosa e spirituale delle persone che vengono evangelizzate. Rispetto del
loro ritmo, che non si ha diritto di forzare oltre misura. Rispetto della loro
coscienza e delle loro convinzioni, senza alcuna durezza. Un altro segno è l’attenzione a non ferire l’altro, soprattutto se egli è debole nella fede,
con affermazioni che possono essere chiare per gli iniziati, ma diventare per i
fedeli fonte di turbamento e di scandalo, come una ferita nell’anima. Un segno d’amore sarà anche lo sforzo di trasmettere ai cristiani, non dubbi e
incertezze nati da una erudizione male assimilata, ma alcune certezze solide,
perché ancorate nella parola di Dio. I fedeli hanno bisogno di queste certezze
per la loro vita cristiana, ne hanno diritto in quanto sono figli di Dio che,
tra le sue braccia, s’abbandonano
interamente alle esigenze dell’amore.
Col
fervore dei santi
80. Il
nostro appello si ispira qui al fervore dei più grandi predicatori ed
evangelizzatori, la cui vita fu dedicata all’apostolato e tra essi ci piace particolarmente mettere in rilievo
quelli che noi, in questo anno santo, abbiamo proposto alla venerazione dei
fedeli. Essi hanno saputo superare tanti ostacoli alla evangelizzazione. Tra
tali ostacoli, che sono anche dei nostri tempi, noi ci limiteremo a segnalare
la mancanza di fervore, tanto più grave perché nasce dal di dentro; essa si
manifesta nella stanchezza, nella delusione, nell’accomodamento, nel disinteresse, e soprattutto nella mancanza di
gioia e di speranza. Noi, pertanto, esortiamo tutti quelli che hanno, a qualche
titolo e a qualche livello, il compito dell’evangelizzazione ad alimentare il fervore dello spirito.
Questo
fervore esige prima di tutto che sappiamo sottrarci agli alibi che possono
sviare dall’evangelizzazione. I
più insidiosi sono certamente quelli per i quali si pretende di trovare
appoggio nel tale o tal altro insegnamento del Concilio. Avviene così che si
sente dire troppo spesso, sotto diverse forme: imporre una verità, sia pure
quella del Vangelo, imporre una via, sia pure quella della salvezza, non può
essere che una violenza alla libertà religiosa, Del resto, aggiungono, perché
annunziare il Vangelo dal momento che tutti sono salvati dalla rettitudine del
cuore? Se, d’altra parte, il mondo
e la storia sono pieni dei "germi del Verbo", non è una illusione
pretendere di portare il Vangelo là dove esso già si trova nei semi, che il
Signore stesso vi ha sparsi?
Chiunque si
prenda cura di approfondire, nei documenti conciliari, le domande che questi
alibi vi attingono troppo superficialmente, troverà tutt’altra visione della realtà. Sarebbe certo un
errore imporre qualcosa alla coscienza del nostri fratelli. Ma proporre a
questa coscienza la verità evangelica e la salvezza in Gesù Cristo con piena
chiarezza e nel rispetto assoluto delle libere opzioni che essa farà — senza "spinte coercitive o sollecitazioni
disoneste o stimoli meno retti" — lungi dall’essere
un attentato alla libertà religiosa, è un omaggio a questa libertà, alla quale
è offerta la scelta di una via, che gli stessi non credenti stimano nobile ed
esaltante. È dunque un crimine contro la libertà altrui proclamare nella gioia
una buona novella che si è appresa per misericordia del Signore? E perché solo
la menzogna e l’errore, la
degradazione e la pornografia avrebbero il diritto di essere proposti e spesso,
purtroppo, imposti dalla propaganda distruttiva dei mass media, dalla
tolleranza delle leggi, dalla timidezza dei buoni e dalla temerità dei cattivi?
Questo modo
rispettoso di proporre il Cristo e il suo Regno, più che un diritto, è un dovere
dell’evangelizzatore. Ed è
parimenti un diritto degli uomini suoi fratelli di ricevere da lui l’annuncio della buona novella della salvezza.
Questa salvezza Dio la può compiere in chi egli vuole attraverso vie
straordinarie che solo lui conosce. Peraltro se il Figlio è venuto, ciò è stato
precisamente per rivelarci, mediante la sua parola e la sua vita, i sentieri
ordinari della salvezza. E ci ha ordinato di trasmettere agli altri questa
rivelazione con la sua stessa autorità. Non sarà inutile che ciascun cristiano
e ciascun evangelizzatore approfondisca nella preghiera questo pensiero: gli
uomini potranno salvarsi anche per altri sentieri, grazie alla misericordia di
Dio, benché noi non annunziamo loro il Vangelo; ma potremo noi salvarci se, per
negligenza, per paura, per vergogna — ciò che San Paolo chiamava "arrossire del Vangelo" — o in conseguenza di idee false, trascuriamo di
annunziarlo? Perché questo sarebbe allora tradire la chiamata di Dio che, per
bocca dei ministri del Vangelo, vuole far germinare la semente; dipenderà da
noi che questa diventi un albero e produca tutto il suo frutto.
Conserviamo
dunque il fervore dello spirito. Conserviamo la dolce e confortante gioia d’evangelizzare, anche quando occorre seminare
nelle lacrime. Sia questo per noi — come lo fu per Giovanni Battista, per Pietro e Paolo, per gli
altri apostoli, per una moltitudine di straordinari evangelizzatori lungo il
corso della storia della Chiesa —
uno slancio interiore che nessuno, né alcuna cosa potrà spegnere. Sia questa la
grande gioia delle nostre vite impegnate. Possa il mondo del nostro tempo, che
cerca ora nell’angoscia, ora nella
speranza, ricevere la buona novella non da evangelizzatori tristi e
scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo, la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la
gioia del Cristo, e accettino di mettere in gioco la propria vita affinché il
Regno sia annunziato e la Chiesa sia impiantata nel cuore del mondo.
CONCLUSIONE
La
consegna dell’anno
santo
81. Ecco
dunque, fratelli e figli, il grido che sale dal fondo del nostro cuore, in eco
alla voce dei nostri fratelli riuniti per la terza assemblea generale del
Sinodo dei Vescovi. Ecco la consegna che abbiamo voluto dare alla fine di un
anno santo, che ci ha permesso di percepire più che mai la necessità e le
invocazioni di una moltitudine di fratelli, cristiani e non cristiani, che
attendono dalla Chiesa la parola della salvezza. Possa la luce dell’anno santo, che si è levata nelle chiese
particolari e a Roma per milioni di coscienze riconciliate con Dio, irradiarsi
egualmente dopo il giubileo attraverso un programma di azione pastorale, di cui
l’evangelizzazione è l’aspetto fondamentale, per questi anni che
segnano la vigilia di un nuovo secolo, la vigilia anche del terzo millennio del
cristianesimo!
Maria,
stella dell’evangelizzazione
82. Tale è
il voto che siamo lieti di deporre nelle mani e nel cuore della santissima
vergine Maria, l’immacolata,
in questo giorno che le è particolarmente consacrato, nel decimo anniversario
della chiusura del Concilio Vaticano II. Al mattino della pentecoste, ella ha
presieduto con la sua preghiera all’inizio dell’evangelizzazione
sotto l’azione dello Spirito
Santo: sia lei la Stella dell’evangelizzazione
sempre rinnovata che la Chiesa, docile al mandato del suo Signore, deve
promuovere e adempiere, soprattutto in questi tempi difficili ma pieni di
speranza! Nel nome di Cristo, benediciamo voi, le vostre comunità, le vostre
famiglie, tutti coloro che vi sono cari, con le parole che san Paolo rivolgeva
ai Filippesi: "Ringrazio il mio Dio ogni volta
ch’io mi ricordo di voi,
pregando sempre con gioia per voi in ogni mia preghiera a motivo della vostra
cooperazione alla diffusione del Vangelo... Vi porto nel cuore, voi che siete
tutti partecipi della grazia che mi è stata concessa..., nella difesa e nel
consolidamento del Vangelo. Infatti, Dio mi è testimonio del profondo affetto
che ho per tutti voi nell’amore
di Cristo Gesù".
Roma,
presso S. Pietro, 8 dicembre,
Solennità
dell’immacolata
concezione della B. V. Maria, dell’anno 1975,
XIII del
nostro pontificato.